Wednesday, Mar. 20, 2019

Il Brigantino di capitan Willelm diventa nave della solidarietà

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Ottobre 19, 2012

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Il Brigantino di capitan Willelm diventa nave della solidarietà

Per lunghi mesi era rimasto assorto nella lettura dei vecchi giornali di New York, scandagliando annunci marittimi. Amava divorarne e ogni volta era un tuffo al cuore. Ecco un brigantino per Brema, rivestito e cavigliato di rame, ormeggiato ad una banchina dello Scalo Counties. Un brigantino! Quanto sarebbe stato bello salire su quell’imbarcazione dalle murate alte e sottili, dai pennoni snelli, dagli alberi slanciati. Rivestito e cavigliato di rame, questo sì che odorava di salsedine! E quanto doveva essere diverso un brigantino dai battelli in legno a un solo albero che aveva visto scivolare davanti la sua casa sul fiume Hudson. Lo Scalo Counties pullulava di magazzini dalle porte arrugginite e dai tetti ricoperti di tegole. Accatastate sui marciapiedi, vecchie ancore e gòmene. Nei dintorni, caffè fuori moda popolati di lupi di mare bruciati dal sole, che entravano e uscivano, fumando sigari e parlando di Cuba, di Londra, di Calcutta. I loro racconti avevano un non so che di fiabesco.

Con loro aveva sognato, Wellingborough, lui che il mare lo aveva sempre vissuto da terra, dalle banchine dei moli, stretto nella mano del padre, mentre, più in là, le grandi navi prendevano il largo, fra grida di marinai che agitavano i berretti in segno di saluto. Ancora, fantasticando davanti ad antiche marine, con i grigi fari in rovina e i velieri poggiati su un fianco, immortalati in acque di un azzurro smagliante. Aveva acceso il suo desiderio di viaggi lontani una nave in vetro, adagiata come una reliquia su un tavolinetto da tè olandese, portata da Amburgo dal padre, un facoltoso importatore di Broad Street. Si sarebbe imbarcato anni dopo, Wellingborough, su un clipper per Liverpool. Come marinaio. Il marinaio Herman Melville, il grande romanziere americano, padre del Moby Dick. Willelm Sligting era poco più di un ragazzo quando su una chiatta frisone attraversò il lago Hegermeer. Ma già allora sognava l’oceano e i brigantini. La sua bisnonna, l’intraprendente Trijntie, possedeva un barcone. Con quello, nel 1906, s’era ormeggiata a Harlingen, lassù, nella Frisia.

 Energica e con il fiuto per gli affari, avrebbe trascorso la sua vita fra barche e cantieri navali. Una tradizione di famiglia portata avanti da Willelm. Ed ecco, veliero dopo veliero, il sogno farsi realtà: un bel brigantino-goletta fiero dei suoi sessantuno metri di lunghezza, della sua straordinaria superficie velica, dei suoi alberi svettanti quasi a voler toccare il cielo, del suo bompresso a fendere l’aria, della sua polena a forma di cigno. Era il 1993, nei cantieri Stocznia Gdansk di Danzica, in Polonia, vedeva la luce, su disegno dell’architetto olandese Oliver van Meer, Swan fan Makkum, il Cigno di Makkum, il più grande brigantino del mondo. Ottocentesco, nelle linee aggraziate e nell’armo classico, il tutto incastonato in uno scafo moderno, alla moda dei velieri della Wylde Swan Makkum, la società di navigazione di Willelm e Hinke de Vries, sua compagna di vita. E ora che il Cigno ha lasciato per sempre l’Olanda e Makkum, pittoresco villaggio di pescatori sull’Ijsselmer, ben altri sogni verrano realizzati. In altre parti del mondo.

Carlo Croce, che dello Yacht Club Italiano è presidente, il mare ce l’ha nel sangue, come il padre Beppe, un genovese classe 1914, patriarca della vela italiana. Solo chi ha respirato l’odore della salsedine per una vita sa quanto il mare possa ridare la vita. Anche Carlo aveva un sogno: ridare il sorriso a chi quel sorriso non l’aveva più. Un brigantino! Perché no? Perché non prendere coraggiosamente a bordo il disagio, i turbamenti della mente, del corpo, dell’anima, tentando di lenirli? Il mare, con la sua forza e i suoi silenzi, gli sarebbe stato complice, in questo. Anni fa, il Cigno se ne stava, con lo scafo lucente, fra le vele della Tall Ships’ Race, la grande regata regno di cutter, ketch, yawl, brigantini, golette, navi a palo… Carlo se ne innamorò. Si dice perdutamente. Col tempo, avrebbe fatto di tutto per averlo. Nave Italia, è così che si chiama ora. Ammainate insegne e bandiere frisoni e olandesi, oggi vi sventola quella della Marina Militare, suo nuovo armatore. Fra salottini old fashion e ottoni luccicanti, nel 2007 vi è nata Tender to Nave Italia, fondazione a fini sociali promotrice di progetti di ricerca, formazione, terapia, aggregazione. V’era un tempo in cui il Cigno di Makkum spiegava le vele da Amsterdam per mète da sogno. Ogni anno a salpare sul brigantino che fu di Capitan Willelm sono tanti giovani Wellingborough e non v’è racconto alla fine di ogni loro viaggio che non parli del mare, della salsedine, della Stella Polare. Di quel mare di cui sentono nostalgia. Così come della sua forza e dei suoi tanti silenzi.

(Stefania Elena Carnemolla )

Articolo partecipante al premio giornalistico La Voce della Bellezza e pubblicato su Marinai d’Italia

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