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Roma e i tesori della basilica di San Clemente

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gennaio 22, 2015

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Roma e i tesori della basilica di San Clemente

San-Clemente1Viviamo in un mondo dove in poco tempo è possibile avere accesso a un’informazione qualsiasi per poi dimenticarla distrattamente non appena cessano le cause della curiosità. Proprio per questo sempre più spesso capita che si diano per scontate informazioni che sembra inutile confutare. Così, la Terra è una sfera ma non tutti sanno che è leggermente sporgente all’equatore e quindi è una sfera imperfetta (oblata, secondo il dizionario); Dante Alighieri era sposato e aveva tre, o forse quattro, figli malgrado la vulgata degli anni delle scuole superiori lo disegni come un ossesso che trascorse la vita a sospirare d’amore non ricambiato; Roma è un città millenaria e piena di chiese che sono a loro volta ospiti gelose di centinaia di capolavori della storia dell’arte mondiale.

Il lettore attento avrà a questo punto da ridire sul terzo punto: che Roma sia stata fondata 753 anni prima della nascita di Cristo si sa, che sorregga sui suoi colli quasi 1000 chiese anche: dov’è la contraddizione? Nella sfumatura, azzarderei. Se si può affermare che sono in molti a sapere che nella chiesa di San Luigi dei Francesi sono gelosamente custodite le tre tele del ciclo di San Matteo del Caravaggio, quanti hanno mai sentito parlare del Mitreo di San Clemente in Laterano?

Alle spalle del Colosseo, nella valle tra l’Esquilino e il Celio, si erge questa basilica retta dai domenicani irlandesi che costituisce un caso raro e straordinariamente ben conservato di stratificazione architettonica.  Infatti, scendendo le scale sulla destra della navata centrale medievale, si passa alle lapidi intitolate a San Cirillo e San Metodio, al colonnato di età tardo-imperiale e, finalmente, attraverso profondi e umidi cunicoli, al I secolo d.C., ancor prima dell’incendio neroniano.

Nel buio illuminato dalle discrete luci a led, si costeggiano le pareti sorrette da volte a botte e dagli archi di opus mixtum  e reticulatum, qualche formazione di muschio ci ricorda che non siamo del tutto fuori dal mondo e il rumore di un corso d’acqua sembra guidarci sensorialmente al cuore di questa scoperta: il Mitreo.

Protetto da pesanti sbarre di ferro, l’androne riservato al culto di Mitra, presenta ancora le caratteristiche classiche di questi luoghi misteriosi del culto pagano. Le panche laterali, riservate all’agape (banchetto cerimoniale), fanno da contraltare alla figura centrale che informa di sè tutta la spelonca: l’altare del Tauroctonia. Si indovinano, seppur nella leggera indefinitezza provocata dal tempo, le figure del dio Mitra che trafigge il toro con la sua spada corta; in fondo una statua che rappresenta la divinità con il caratteristico copricapo frigio.

Il rumore dell’acqua è più forte, si intuisce che la soluzione di quel mistero è vicina. Infatti, in fondo a una stanza laterale cui si accede per un cunicolo largo meno di un metro, sta una vasca che copre tutta la parete.

Nella penombra si è colti dalla sorpresa di trovare un corso d’acqua sorgiva a più di venti metri di profondità sotto il manto stradale e l’aria odora come una strada antica dopo la pioggia. Qui, un simpatico signore con la faccia da De Crescenzo mi spiega che il culto mitraico era legato fortemente alla natura fisica del luogo. I tempietti erano sempre eretti in grotte naturali o in sotterranei costruiti ad hoc nelle ville patrizie; la vicinanza dell’acqua era fondamentale in quanto si riconosceva all’acqua un ruolo purificante ed era indispensabile per le cerimonie.

Mentre parliamo la mia attenzione viene catturata da un’apertura laterale in un corridoio. Perfettamente conservata, si staglia una struttura ad archi lunga almeno dieci metri che ancora sorregge il soffitto e lontano dagli occhi, verso il muro di fondo, il buio cela le volte che sembrano sfumare nell’ombra del tempo.

Risalendo le strette scale si torna alla basilica inferiore: l’imponente struttura delle colonne si perde nei muri e nelle volte che a stento le contengono: la basilica medievale, infatti, è stata costruita con dimensioni ridotte rispetto alla sua antenata. Le statue di Cirillo e Metodio, inventori della lingua slava, sono attorniate da lapidi marmoree di varie ambasciate, “le genti russe… il popolo bulgaro… ecc” e il libro e il pennino nelle mani dei santi ricordano la loro opera evangelizzatrice. In fondo alla stanza del colonnato, sull’altare spoglio, un’ancora racchiusa da una corda in bassorilievo è l’unico simbolo presente.

Improvvisamente ci si rende conto che in tutta la basilica del XII secolo e anche in quella romana, quel simbolo è scolpito dappertutto. L’impiegato dell’ufficio informazioni (evidentemente laureato qualche “storia dell’arte”)mi spiegherà all’uscita che quello è il simbolo di San Clemente, terzo papa della Chiesa e martire in mare dove fu gettato con un’ancora legata al collo. Sulla sinistra dell’altare sono ancora visibili i resti di un affresco databile intorno al XI secolo che rappresenta la storia del patrizio romano Sisinnio e del suo incontro con il papa; quest’ultimo troneggia al centro della rappresentazione e malgrado i colori sbiaditi si può provare a indovinare l’antica lucentezza delle aureole o il porpora dei vestiti.

Purtroppo la parte inferiore oggi non è più visibile anche se delle ricostruzioni fatte all’epoca della scoperta (1861) ci consegnano un quadro divertente e interessante che, però, si potrà svelare solo una volta tornati a casa. Dopo un’occhiata più attenta ai resti di bassorilievi e sculture cementati nel muro e all’imponente fronda di capitello dorico decido di tornare in basso: non capita tutti i giorni di poter attraversare i secoli.

All’uscita, salutando i due impiegati e ringraziandoli per la loro gentilezza, mi viene raccomandato di visitare anche l’attuale basilica che presenta non poche sorprese. Entrando dalla porta in legno sulla navata sinistra intravedo un gruppo di turisti appoggiati su una balaustra decentrata sotto l’altare e li raggiungo sicuro di trovare una delle “sorprese”. E infatti, in alto, sull’abside luccicano gli ori di un mosaico dedicato alla fede. I particolari sono innumerevoli e lo spettatore non può che esserne rapito: un ramo di vite senza fine si diffonde da una pianta nata dall’incontro della croce con la terra. In alto una mano sembra spingere (o sorreggere) quel simbolo sul mondo e ai lati si svilupopano scene di vita quotidiana e figure di dotti.

Fuori dall’abside, tra varie figure di dimensioni maggiori che ignoro, troviamo San Paolo vicino a San Lorenzo e San Pietro vicino a San Clemente che regge la consueta ancora. La simbologia è particolare, non assomiglia a ciò cui siamo abituati entrando nelle altre chiese di Roma: sono rappresentati pavoni, dodici colombe e dodici pecore, cesti di frutta e calici, un demone e persino un delfino. Dopo poco si ha l’impressione che l’idea alla base di quell’opera fosse di racchiudere l’intera storia del Cristianesimo attraverso il sacrificio di Gesù e la sua ascesa in cielo. Le rappresentazioni olistiche provocano sempre un senso di smarrimento, quasi a volerci calare nella sinestesia o, come avrebbe detto Schopenhauer, nell’estasi.

Assorto in questi pensieri, oscillando tra un adone che sacrifica un cinghiale nella penombra e la luce riflessa di un martirio ripenso all’idea che mi aveva spinto in quel luogo: Roma è piena di chiese ma quante di queste, poco conosciute, racchiudono tesori che mai avremmo immaginato?

Sabato Angieri

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