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Roma, ancora proteste contro campi rom. Soluzione nel dialogo?

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Febbraio 25, 2017

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Striscioni “Roma ai romani”, “Tor Sapienza alza la testa” a Tor Sapienza  per la cosiddetta “emergenza rom”,  sit-in dei manifestanti che bloccano il traffico nel quartiere: sono solo una goccia nel mare delle proteste sul tema delle baraccopoli che circondano la capitale. Da un lato, i romani reclamano precedenza nel diritto alla casa, nelle graduatorie per gli asili nido e per i lavori socialmente utili, dall’altro le istituzioni non riescono a migliorare le condizioni di degrado ed isolamento in cui imperversano i campi rom.

La speranza per una novità, in realtà c’è: la partenza del progetto “Inclusione Rom”, un cronoprogramma per avviare l’iter di superamento dei campi rom, deliberato dalla Giunta Raggi lo scorso 18 novembre. Il punto sta nella attuazione dello stesso.

A esprimere un’ immediata soddisfazione per la delibera, era stata l’Associazione 21: una delle associazioni iscritte all’ UNAR, il registro degli enti che svolgono attività nel campo della lotta alle discriminazioni “Per la prima volta nella Capitale – aveva sottolineato l’organizzazione– viene prodotto un cronoprogramma per il superamento delle baraccopoli: è un segnale importante per tutto il Paese“.

Il piano di lavoro prevede, tra le altre cose, il coinvolgimento della Regione Lazio, dell’Ufficio Nazionale Antidiscriminazione Razziale, del Ministero del Lavoro e dell’ANCI, l’avvio di accertamenti patrimoniali e due delibere: la prima per l’istituzione di un tavolo di lavoro, la seconda per il superamento degli insediamenti.

Ma, a distanza di tre mesi, non si vedono segnali concreti della sua attuazione ed i romani continuano a protestare.

I campi sono il prodotto di una politica escludente che ha contraddistinto il nostro Paese e, in particolare, la sua capitale. Un Paese che – ora più che mai, anche grazie alla potenza comunicativa dei social network – appare feroce contro la popolazione rom.

Campi, abbattimento di campi, ristrutturazione di campi, gestione di campi e controllo di campi: 32 milioni di euro, oltre ai 10 milioni spesi ogni anno certificati dalla ricerca “Segregare Costa”, che avrebbero potuto essere spesi per politiche abitative inclusive, diffuse in tutto il territorio. Per non citare sanità, scuole, politiche del lavoro, servizi sociali e trasporto pubblico a beneficio non solo dei rom, ma di tutti i cittadini.

La strategia per una pacifica convivenza potrebbe dunque essere quella individuata, nel 2008, dal prof. Mario Quinto, già professore di Mediazione Interculturale e di Trasformazione dei Conflitti presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università RomaTre e recentemente scomparso. Il professore, all’ epoca membro della commissione “Emergenza Rom”, scelto dall’allora prefetto Mosca, aveva voluto portare al tavolo negoziale, presieduto dal sindaco Alemanno, due capi rom con l’intento di avviare una mediazione che portasse ad una soluzione vincente per tutte le parti in gioco. Ma la sua soluzione no: non fu perseguita perché la decisione avrebbe dovuto, secondo la Giunta di allora, scendere dall’alto.

Ed infatti, per le sue larghe vedute, il prefetto Mosca divenne ben presto il “nemico numero uno” di Alemanno nella battaglia contro l’ “emergenza nomadi”. Mosca era consapevole che la percezione di insicurezza a Roma stesse aumentando, ma invece di reprimere dialogava e fu per questo che scelse la via della mediazione sociale, della gestione pacifica dei conflitti e della tutela dei diritti umani. L’idea perno di Mosca era quella che non potesse esistere sicurezza senza integrazione e per questo era stato, insieme al prof Quinto, presso la Comunità di Sant’Egidio nel luglio del 2008: per poter dialogare con una delegazione di diversi gruppi rom, invitati appositamente dalla comunità, per spiegare la loro situazione e rivolgere domande al Prefetto.

Mosca firmò degli sgomberi, certo, ma con lo sguardo volto a garantire alle famiglie rom una sistemazione alternativa dignitosa, tanto che chiese anche al cardinal Ruini di mettere a disposizione le strutture inoccupate della Chiesa

“La prima emergenza vera di Roma è la casa – spiegava il prefetto –. nel momento in cui si avviano percorsi inclusivi per affrontare la questione abitativa, si evita la contrapposizione fra italiani e stranieri”.

Perché, ricordiamolo: casa più servizi più lavoro significa integrazione.

Un’occasione persa, forse. Ma con un uomo o con un ruolo non possono finire anche le loro idee e quindi, probabilmente, si potrebbe ripartire dal dialogo e recuperare la proposta di Mario Quinto: quella di attivare un “Centro di Prevenzione dei Conflitti”, esplicitamente costituito all’interno di tutte le Prefetture UTG, che possa essere di riferimento per qualsiasi problematica sociale ed aperto al dialogo interculturale. Un luogo di ascolto ed incontro, scevro da pregiudizi, dove poter offrire nuovi strumenti per prevenire, gestire e risolvere i conflitti sociali tramite la trasformazione degli stessi in opportunità di cambiamento e di miglioramento. “Oggi si ha un gran bisogno di ‘creare la pace’ e di ‘creare ricchezza sul tavolo’: la violenza e lo scontro dividono, il dialogo e la comprensione uniscono. – per usare le parole del professore – Ovviamente comprendere non significa condividere, ma non si può condividere se non si è compreso”.

Vanessa Quinto

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