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“Noi non crolliamo”: duecento imprenditrici per l’Emilia

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Ottobre 29, 2012

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“Noi non crolliamo”: duecento imprenditrici per l’Emilia

C’è Rosa che fa la fotografa, Vera che ha un negozio di articoli da regalo, Susanna e le sue tre profumerie. E poi Paola, Silvia e tutte le altre. Sulle loro magliette c’è un cuore rosso. Al centro un tortellino. Un’idea semplice, diventata il marchio del network EmiliAMO, nato dall’iniziativa di oltre duecento donne che hanno deciso di «non farsi fermare dal terremoto». La lampadina si è accesa nella mente di Claudia Miglia, una carriera come strategist e consulente aziendale. La mattina del 20 maggio, dopo che una scossa di magnitudo 5.9 squassa la zona fra Mantova, Reggio e Ferrara, la sua casa rimane in piedi, la città di Modena si salva, quasi per miracolo. «Il primo pensiero è stato per la mia città, i nostri centri storici, i negozi. Ho alzato il telefono e ho chiamato un’amica imprenditrice. “Qui cade tutto. Se faccio qualcosa ci sei?”». Il “sì” dall’altro capo del telefono riempie il cuore. Il passaparola fa il resto. Si uniscono colleghe, conoscenti e perfino le commercianti della concorrenza. EmiliAMO è nato così, da un gruppo di amiche, madri e imprenditrici che non si vuole arrendere. «Le case cadono a pezzi, i capannoni sono distrutti», spiega Claudia. «Tutto si porta dietro delle crepe profonde. Noi no». Nemmeno ora che i riflettori si sono spenti. Che l’emergenza terremoto, dopo aver riempito per settimane le prime pagine dei giornali, sembra rientrata. «Noi non crolliamo».

Paola Castellazzi c’è stata fin dall’inizio. Con sua figlia Silvia è proprietaria di due erboristerie. Ora una è in macerie, mentre l’altra – sebbene sia agibile – ha la porta sbarrata perché si trova nella zona rossa di San Felice sul Panaro. «Dopo le prime scosse, abbiamo dormito in macchina per più di un mese. Ero in preda allo sconforto: tremavo solo all’idea di entrare in casa. Proprio quella casa che, dopo una giornata di lavoro, era il punto sicuro in cui poter riposare. Sono stata costretta a fare i conti con un lavoro che non c’è più, a guardare mia madre che a novant’anni ha dovuto usare tutti i suoi risparmi per comprare un container dove dormire». La telefonata di Claudia, però, cambia tutto: insieme, le due iniziano a pensare a una soluzione, a come «mettere a disposizione la propria professionalità».

«Grazie ad alcuni amici, abbiamo recuperato una casetta di legno – di quelle prefabbricate che si usano d’estate – e l’abbiamo sistemata nel mio giardino». Le tisane, le creme e i medicinali omeopatici ora se ne stanno lì, posizionati con cura sulle mensole e sul bancone. «Ecco il mio negozio», scherza Paola. Che ora sorride. Perché, dice, «si sente utile». «Non vogliamo l’elemosina. Ma solo portare la nostra esperienza. La gente ha iniziato a cercarci solo per sapere come stiamo». E così, attraverso un’amicizia, si crea rete. «Non è che la fatica non ci sia: dopo le prime scosse, molte di noi hanno pianto. Ma abbiamo scoperto che c’è qualcosa che va oltre. La voglia di ripartire si trova nella quotidianità, non è un sentimento stupido. Nasce dalle persone che si incontrano». Nel giro di mezz’ora nel suo cortile si sono radunate una decina di persone. E mentre una ragazza chiede uno shampoo, le altre scelgono una lozione per il viso. Una signora in bicicletta passa per dare un saluto, con uno spiccato accento emiliano. Si trova il tempo per un caffè. Le vedi ridere e scherzare e sembra che non sia successo niente. Che il terremoto non sia mai arrivato.

«In televisione dicono che noi emiliani abbiamo una grande forza: sappiamo rimboccarci le maniche. È vero, ma non basta. Mica possiamo fare tutto noi. Ci occorrono aiuti seri: del governo e della protezione civile. Il mio negozio sarà di nuovo agibile magari fra quattro o cinque anni. Nel frattempo, chissà…». Il lavoro resta un’incognita anche per Susanna Benatti, proprietaria di tre profumerie a Mirandola, Cavezzo e San Felice. «I comuni vorrebbero costruire dei centri commerciali provvisori nelle campagne. Ma il punto è un altro. Possiamo vendere i nostri prodotti anche a qualche chilometro da qui, ma non possiamo abbandonare i centri storici. Sono il cuore dei nostri paesi». Riaprire le piazze principali è uno degli obiettivi del network. «Vedete – spiega Claudia – l’Emilia è soprattutto questo: è fatta di campanili, bar e negozi. Ecco il vero centro. Il cuore è la cappella della Madonna, lo stare insieme, le attività commerciali». «Per questo, bisogna riportare la vita qui: chi ha un’attività non offre solo un servizio. È un punto di riferimento. Per noi, il panettiere è quel panettiere, il macellaio è quel macellaio,… Perfino le fabbriche emiliane, che con il loro fatturato contribuiscono in larga misura al nostro Pil, hanno un carattere familiare».

Stare con le donne di EmiliAMO è contagioso. Le vedi stare insieme, così semplicemente. Ridono, quando avrebbero tutti i motivi per disperarsi. Si reinventano, commesse, responsabili vendite sul web (la loro pagina Facebook, con oltre 5mila followers in meno di due mesi è una vera e propria bacheca di offerte, richieste di aiuto, segnalazioni…), venditrici ambulanti. Tra le bancarelle sul lago di Garda, nei parchi. Perfino nei garage. Come Nadia, che dopo aver chiuso il suo salone di parrucchiera, ha allestito un negozio tra il giardino e il posto auto di casa sua. Ha pensato a tutto: prodotti per capelli, spazzole, lavandini. Perfino la sala d’aspetto, sotto un bel gazebo bianco nel prato: quattro poltrone prendisole e un cestino colmo di caramelle. Alle quattro del pomeriggio arriva Maria Grazia. Anche lei ha visto crollare il suo negozio di scarpe per bambini. Il bagagliaio della sua auto è pieno di scatole: stasera andrà a fare i mercatini a Sermide. Suona il campanello della casa di Nadia. Ha preso l’appuntamento: taglio, colore e piega. Già, perché: «Non si può certo andare a fare l’ambulante in disordine. Bisogna essere belle. E non importa, alla fine, se anche questa sera non si venderà granché. «Noi ci proviamo sempre». È questa la rivoluzione che sta accadendo a Mirandola, Medolla, Cavezzo, Finale, Carpi. Dove tutto crolla e molte delle case sono ridotte a polvere e cemento, «ci si prende cura di ciò che ci è dato». Le donne di EmiliAMO ripartono da qui.

(Linda Stroppa)

Articolo partecipante al premio giornalistico La Voce della Bellezza

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