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National Geographic mostra il futuro del cibo

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Gennaio 8, 2015

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National Geographic mostra il futuro del cibo

image1Una mostra per riflettere, delle fotografie per raccontare. Novanta scatti per farsi un’idea e per prendere coscienza del fatto che le decisioni di noi protagonisti del XXI secolo, potrebbero non lasciare il posto neppure a delle comparse in un futuro, quanto mai prossimo. Questo l’obiettivo di National Geographic e della sua mostra a Roma, al Palazzo delle Esposizioni. “Food, il futuro del cibo” raccoglie scatti provenienti da tutto il mondo, per mettere a fuoco le diverse problematiche legate al futuro dell’alimentazione. I conti minuziosi della Fao non tornano, o meglio,  tornano, ma non come spereremmo. Ottocento milioni di persone sono denutrite. Di più, molte di più, le tonnellate di cibo commestibile sprecate ogni anno. È qui che National Geographic entra in gioco: rendere noti questi dati e portarli nelle case della gente comune.

Nel 2050 la popolazione mondiale raggiungerà quota nove miliardi e cento milioni, un bel balzo in avanti rispetto ai sette di oggi. Cosa mangeremo allora? Una domanda che l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura si è posta, e alla quale ha trovato una soluzione. Secondo la Fao, a seguito della crescita demografica, la produzione alimentare dovrà aumentare del 70 per cento. Obiettivo? Nutrire tutti. Per un pianeta sempre più affollato, servono terre che producano di più, e piatti mai portati in tavola prima. Lo studio fatto, suggerisce di guardare agli insetti ad esempio, ricchi di proteine, ferro e calcio. Dunque bruchi, vespe, cavallette e grilli, che ad oggi sono presenti nella dieta di appena due miliardi di persone. Una ricerca, quella della Fao,  che ha fatto molto discutere, ma quando l’argomento d’esame è l’alimentazione, viene quasi da pensare: ubi maior minor cessat.

Nel novero delle soluzioni, accanto alla dieta a base di insetti, ci sono: orti urbani, piccole serre domestiche di frutta e verdura, e integratori alimentari naturali creati in laboratorio. Queste azioni potrebbero risolvere il problema del cibo, ma quando nel 2050 a tavola saremo in 9 miliardi, una cosa fra tutte risulta essere necessaria: ridurre gli sprechi. E non perché molte persone ancora oggi muoiono di fame, anche se tale motivazione dovrebbe bastare. La quantità di cibo sprecato va azzerata perché pretendiamo sempre di più dalla Terra, dimenticando che l’atmosfera, i mari e i continenti sono gli stessi di quando l’uomo si è evoluto. Impossibile per il nostro pianeta produrre di più. E allora  gli studi targati Fao e NGS (National Geographic Society) hanno l’ambizione di trovare una soluzione alla sfida globale del XXI secolo: il cibo.

Trovare nuovi equilibri tra risorse, alimentazione e popolazione, partendo dalla riflessione che alcuni scatti di quotidianità portano inevitabilmente con loro…  Laimage2 piccola Ajiem vive nella regione di Gambella, in Etiopia. Come ogni giorno porta con sé una sacca, un bastone appuntito e i suoi undici anni, e si mette alla ricerca di qualche arbusto commestibile tra il mais piantato dall’azienda Karuturi Global. Un po’ più a sud, attraversato il Kenya, c’è chi di mestiere fa il cacciatore-raccoglitore. In Tanzania, Wande e suo marito Mokoa, cercano cibo e lo fanno a tempo pieno. Hanno dei vestiti in accordo con l’età in cui viviamo, eppure quel che fanno per sfamarsi li proietta indietro nel tempo almeno di duemila anni. Lei  usa un bastone con una lama in punta per prendere i tuberi, alimento primario specie nella stagione delle piogge. Lui ha un’ascia per estrarre favi di miele dagli alberi, arco e frecce per la caccia.

Le realtà catturare dai fotografi di NatGeo, mostrano quanto vivano diversamente gli uomini. Tuttavia una cosa li accomuna tutti: un’unica casa. Alcuni la detestano, altri la amano nelle sue sfaccettature più selvagge. Ad altri addirittura va stretta, e così si mettono in viaggio alla scoperta di nuovi mondi. Ma per ora, resta lei il più piccolo comun denominatore tra le genti: la Terra. Salvaguardiamola allora, quanto meno per chi verrà dopo di noi.

Claudia Carpinella 

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