Sunday, Jan. 24, 2021

Le antiche tradizioni del Natale dell’Abruzzo Interno

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Dicembre 25, 2016

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Le antiche tradizioni del Natale dell’Abruzzo Interno

anni-50-presepe-in-casa-anni-foto-emidio-maria-di-loreto presepe-artigianale-di-fernando-rossi-foto-luciano-e-guido-paradisiLe ritualità legate ai festeggiamenti del Natale hanno sempre avuto un posto di grande importanza nelle comunità. Lo è stato in modo marcato anche in quelle dell’Abruzzo interno dove la memoria continua, in molti casi, ad essere il senso delle esistenze. I racconti di chi ha vissuto quei tempi ci aiutano ad averne il ricordo e, la narrazione che ci giunge anche attraverso la visione delle foto d’epoca, ha la funzione di una voce narrante come avrebbe potuto essere quella di un nonno qualsiasi che lo fece con noi.

Per tutta la prima metà del ‘900, la pietanza di pesce sulle tavole era abbastanza inusuale, anzi diciamo pure fuori portata. Se accadeva, si usavano soprattutto pesci di acqua dolce più facilmente reperibili ed ad un prezzo molto più contenuto di quelli di mare, comunque allora, poco considerati.

Nel mese di Dicembre iniziavano le attività con le preparazioni dei presepi, scarsi di immagini e statuette sacre, ma ricchi di inventiva. Si iniziava con la raccolta dell’immancabile muschio che avrebbe formato la base su cui costruire le montagne di carta pesta, laghetti, ponticelli e capanne con qualche statuina di gesso ed altre immagini fatte a mano per la rievocazione a cui ogni bimbo teneva in modo particolare.

Anni '50, presepe in casa. Foto Emidio Maria Di Loreto
Anni ’50, presepe in casa. Foto Emidio Maria Di Loreto

Era chiara l’influenza dell’attenzione partenopea a questa rievocazione religiosa della nascita di Cristo. Era così marcata da avere in loco, a Pacentro (AQ),  delle artigianalità di gran pregio come dimostrano i riconoscimenti dell’artista pacentrano della terracotta, mastro Giuseppe Avolio [1]. Eravamo ancora molto lontani dall’invasione globalizzata degli alberi di Natale, il presepe aveva dedicato in casa il posto di maggior riguardo.

Presepe artigianale di Fernando Rossi. Foto Luciano e Guido Paradisi
Presepe artigianale di Fernando Rossi. Foto Luciano e Guido Paradisi

Dato il periodo di scarse risorse alimentari era alla tavola che per tempo si iniziava a  prestare attenzione. Come una legge del contrappasso, ai morsi della fame patita durante tutto l’anno, si preparavano le leccornie che avrebbero provocato un’ingordigia senza freni durante le feste. .
Siccome il pesce per il cenone non poteva essere conservato per lungo tempo, si ovviava con l’attivarsi solo nei giorni immediatamente precedenti il giorno di Natale.
Nel frattempo il pesce era stato prelevato e per evitare che si deteriorasse prima della sua vendita, si adottavano precauzioni come la preparazione di una piccola fossa, contenente acqua, dove veniva tenuto in vita il pescato per il tempo necessario.
Una di queste fosse era detta il fosso del ranocchiaro (lu fussə də lu ranucchjèrə) che in quei giorni doveva essere anche molto sorvegliata. Vi si trasferivano gran quantità di pesci prelevati dai grandi laghi privati di acqua dolce facendo defluire l’acqua per raccogliere i pesci finiti nel fango. Per la verità nella fossa non finiva solo il prodotto del lago ma, poiché bisognava soddisfare una gran richiesta che avrebbe prodotto bei guadagni,  si cercava di incrementare le quantità integrandole con scorribande nei fiumi, fiumiciattoli e torrenti del circondario. Questo era vietato dalle regole ma, si immagini l’epoca, ed anche chi sfidava in dicembre le acque ghiacciate per recuperare capitoni (le femmine dell’anguilla), trote, tinche, carpe,ma anche alborelle e spinaroli per la frittura.. Sappiamo inoltre di non esagerare quando diciamo che, allora, la diffusione dei laghetti privati o pozze di varie dimensioni, non era paragonabile a quella dei pollai ma, quasi ogni terra nelle vicinanze di un corso d’acqua, era destinata all’itticoltura.

mercato del pesce Fernando Saccoccia
Il mercato del pesce. Collezione privata Fernando Saccoccia

Negli anni ’50-’60 un nonno di un mio amico con l’attività della pesca riusciva a vendere  per somme  superiori al milione di lire ad ogni stagione. Per quei tempi significava avere autonomie garantite alla famiglia per qualche mese. Era il mercato del pesce per la vigilia di Natale, che partiva per la verità dal 23 per concludersi a metà giornata del giorno successivo. Era il mercato più importante dell’anno, con la piazza animata dai pescivendoli improvvisati e di professione, che stazionavano davanti a tinozze con tutto il pescato faticosamente recuperato nei giorni precedenti. Quegli introiti giustificavano  i gravi disagi di cui ci si sobbarcava per avere, la sera di Natale, il capitone assicurato sulla tavola di ognuno.
Quella del capitone era una tradizione dal sapore cabalistico, quel pesce sulla griglia o allo spiedo (come pure gli spaghetti al sugo di tinca),  la notte di Natale doveva esserci. Era considerato più di uno status symbol, si accettavano volentieri “…le pezze al culo”, come si diceva, ma non la mancanza dello spiedo sul fuoco con i tranci di capitone intervallati da una foglia di alloro. E per questo i prezzi raggiungevano livelli ogni anno molto più alti ma…difficilmente si decideva di rinunciare.

La piccola diga per bloccare i pesci, 23 dicembre 1894. Collezione privata Fernando Saccoccia
La piccola diga per bloccare i pesci, 23 dicembre 1894. Collezione privata Fernando Saccoccia

Quel capitone significava disagi durissimi che non tutti erano in grado di sopportare. L’alternativa  era stare ore nel fango a piedi e gambe nude, oppure mettere pesantemente mano al proprio portafoglio. Non esistevano stivaloni di gomma e comunque i piedi nudi servivano ad individuare i capitoni sul fondo, nella melma, in modo da potersi fiondare per afferrarli e riporli velocemente nel sacco di iuta prima che riuscissero a scivolare via. Era importante la destrezza più che la forza, l’eccessiva pressione avrebbe facilitato lo sgusciare via del pesce più facilmente. Una tecnica consisteva nel lanciarlo subito sull’argine dove sarebbe stato più facile agguantarlo con l’aiuto di una tela ruvida. Appena dopo si accorreva vicino al grande fuoco tenuto ben ravvivato per riscaldarsi e poter rientrare nel fango gelido.
Gli sguardi colmi di soddisfazione per essere immortalati nella propria bravura e determinazione per il duro lavoro. Altri sguardi, verso l’obbiettivo e verso gli operai erano quelli dei signori sull’argine, al caldo e all’asciutto. Sguardi che raccontano le differenze. Come sempre nella vita.

pesca laghi foto 1908
23 dicembre 1908. Accanto al fuoco i signori osservano la raccolta dei pesci con gli operai nel fango. Foto collezione privata Fernando Saccoccia

Quello del capitone era sicuramente l’elemento che raccoglieva le attenzioni dei bambini, con i nonni e le nonne pronte sempre a raccontare e spiegare. Di gran successo la narrazione del pezzo di capitone saltato via dalla pentola in cui stava friggendo e addentato dal gatto di casa che, evidentemente mai sazio, aveva rubato velocemente il pezzo di pesce ed era fuggito rincorso da tutti. Aveva festeggiato il Natale anche il gatto; così si concludeva sempre la storia, con tutti i bimbi a bocca aperta ed il nonno con la soddisfazione di aver catturato la loro perpetua attenzione.

Oggi, ripensando a quei tempi, non possiamo fare a meno di sottolineare la nostra scelleratezza nel non prestare attenzione all’ambiente. Dai corsi di acqua dolce, allora si otteneva almeno sostentamento ed in qualche caso piccoli importanti esempi di ricchezza;  oggi, nell’arco di un mezzo secolo, si è capovolta la situazione ambientale. Quelle zone cioè che davano vita e sostentamento a tanti con l’itticoltura, organizzata e non, devono adesso fare i conti con l’obbligo di non poter ingerire, causa inquinamento da mercurio, il frutto della pesca.  Evidentemente i danni sulle falde acquifere causati dal disastro di Bussi devono aver prodotto guasti ancora più ingenti di quelli ipotizzati in precedenza.

Il cenone di pesce era preceduto da altre non meno importanti ritualità, il capo di casa aveva scelto per tempo il ceppo (lu ticchiə) da accendere nel camino prima di Natale e che avrebbe dovuto durare per i 12 giorni successivi. Anche questo numero  aveva significati cabalistici. Secondo alcuni in ricordo degli apostoli, secondo altri dei mesi dell’anno e se fosse stato acceso per tutto il tempo stabilito i raccolti sarebbero stati assicurati. Il pranzo della vigilia invece era considerato il terrore per ogni ragazzino: si sarebbero dovute consumare le famigerate sette minestre, un obbligo per tutti. Anche in questo caso il numero di pietanze era legato alle superstizioni e quindi via con minestre di: fagioli, lenticchie, fave,cavolo/verza, cipolle, ceci e/o cicerchie e patate.
I ceci inoltre venivano preparati in gran quantità perché il resto sarebbe servito per la preparazione di una pasta che avrebbe costituito il ripieno del dolce più rappresentativo: il cecioripieno; una sorta di raviolone di dimensioni più grandi, ripieno di pasta di ceci condita con cioccolato, canditi, liquore  ed altri ingredienti, che veniva fritto e servito dopo abbondante spolverata di zucchero a velo. Praticamente l’omologo dei caggiunitt’, tipici delle zone costiere, il cui ripieno però spazia dalla scrucchiata d’uva, alle castagne, a varie confetture.

cecioripieno
Ceciripieni. Foto Luciano e Guido Paradisi

Nelle case guai a decantare il cecioripieno confezionato da altra massaia: era l’equivalente del peggiore epiteto per la padrona di casa il cui cecio era sempre il migliore. Questa variegata offerta di ceciripieni delle varie case obbligava a riempirsi ulteriormente la pancia per non essere irriguardosi. Grazie a quell’antica competizione però, per fortuna, la ritualità ancora resiste.

scarponi dolci Abruzzo
Scarponi e ingredienti per la loro preparazione. Foto Luciano e Guido Paradisi

Altro dolce immancabile e caratteristico tuttora, sono gli scarponi: un dolce al forno dalla forma di un grande biscotto tondo a base di pasta di cioccolato, mosto cotto, noci, mandorle tostate e buccia d’arancia.
Nel corso degli anni, il pranzo della vigilia ha subito integrazioni e piccole modifiche, intanto le frittelle con e senza ripieno di baccalà (scrppell’) hanno iniziato a non mancare mai e a rendere felici i ragazzini poco inclini ad alimentarsi con le sette minestre.

dolci natalizi scarponi
Dolci natalizi: scarponi, mandorle atterrate, mostaccioli e tozzetti. Foto Luciano e Guido Paradisi

Successivamente quei menù hanno subito una vera influenza dalla cucina napoletana, probabilmente per via del turismo del comprensorio sciistico delle 5 miglia,  che voleva la presenza della cosi detta minestra di rinforzo partenopea (baccalà, olive, cavolfiore, sottaceti di peperoni e carciofini, verdure) immancabile sulle tavole  della vigilia.
Ci si era preparati in questo modo alla funzione religiosa di mezzanotte, aiutati anche da qualche combattuta tombola che usava il fagiolo per coprire i numeri. Qualche volta capitava che, usciti dal Santuario dopo la messa di mezzanotte, si trovava la sorpresa della neve; un disagio in più da affrontare con i mezzi dell’epoca che però non scalfiva quell’atmosfera, faticosamente guadagnata, e a cui nessuno avrebbe rinunciato. Inoltre, proprio in questa circostanza, nel lontano passato ci si lanciava anche in letture esoteriche e dell’occulto, che attecchivano molto nella credulità popolare a quei tempi. Di questo magari parleremo in altra circostanza. Per adesso buona vigilia e buon Natale per ogni lettore che possa accettarlo.
Emidio Maria Di Loreto

[1] Giuseppe Avolio (1883-1962) artista della terracotta e creatore di ‘mammuccijə’ (statuine del presepe). Nacque  il 12 ottobre del 1883 da una famiglia votata all’arte. Suo fratello Luigi (morto negli Stati Uniti) fu  allievo del pittore Teofilo Patini (Castel di Sangro 1840 – Napoli 1904). Vere e proprie opere d’arte, i ‘mammuccijə’ si trovano esposti nei musei ed in molte chiese abruzzesi (dove si conservano anche statue di santi, come quella di S. Alfonso in Scanno) e in prestigiose collezioni private (un presepe fu donato al principe Umberto di Savoia nel 1938 in occasione di una mostra d’artigianato tenutasi a Napoli).
Difficilmente nelle case di Pacentro esistono presepi senza i suoi “mammuccijə”;   http://www.comune.pacentro.gov.it/arte-e-storia/129-giuseppe-avolio-1883-1962-artista-della-terracotta.html

Un ringraziamento agli amici Bruno D’Amato, Tonino Domenico Puglielli, Bruno Santarelli e Ezio Santilli per i ricordi condivisi.
Grazie a Fernando Saccoccia e allo studio fotografico Luciano e Guido Paradisi (http://www.tripsinitaly.it/) per le foto.

Emidio di Loreto

(da Mentinfuga)

http://www.mentinfuga.com/storie/

 

 

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