Wednesday, Dec. 19, 2018

Emilia a testa alta: sei mesi dopo il sisma

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novembre 23, 2012

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Emilia a testa alta: sei mesi dopo il sisma

Capannoni e laborator i artigianali, chiese e campanili, scuole e palestre, case e palazzi, torri antiche e musei, stalle e cascine in aperta campagna. Il sisma del maggio scorso in Emilia ha sconquassato la terra e le vite di ciascuno, senza distinzione; 5.9 il grado più alto toccato dalla scala Richter, che misura la grandezza di un  terremoto.  4.03 l’ora della domenica di maggio, il 20, in cui una scossa, la prima e più forte (un’altra, altrettanto  devastante, sarà registrata nove giorni  dopo),  fa tremare quel territorio e con esso un gran pezzo d’Italia da Nord a Sud. Gli orologi si fermano.  L’immagine di quello della Torre dei Modenesi di Finale Emilia, spezzato giusto a metà, fa il giro del mondo.  E  diventa simbolo di una terra ferita a morte: ventisette le vittime, centinaia i feriti, migliaia gli sfollati, impressionanti i danni. Ma ora an- che di un’Emilia che, pur colpita nel suo cuore più profondo, quello del lavoro, della fede semplice delle antiche pievi di campagna, delle fabbriche scenario delle prime lotte operaie, cerca di rialzarsi. L’Emilia  ce la sta mettendo  tutta per ricostruire quel cuore col- pito a morte. Lo sta facendo da sola, senza piangersi addosso, a testa alta, con un occhio attento alla condivisione e alla solidarietà. Vittorio Zucconi, giornalista e scrittore nato a Bastiglia (Modena), scrive: «Le crepe nella terra si chiudono. I capannoni si possono sempre ricostruire. Le aziende si rifinanziano. Le rovine si spazzano via e anche il campanile più antico può essere rimesso dritto, mattone dopo mattone. Ma la gente, quella non si ricostruisce. Se c’è, si rialza. Se non c’è, neppure una portaerei piena di soldi serve». Noi siamo andati alla ricer ca dell’Emilia che c’è.

Ricominciare dai banchi di scuola. Trema ancora la terra, sei mesi  dopo.  Ripartire non  è  facile. C’è  chi continua  ad abitare in prefabbricati e tende. A metà ottobre gli sfollati erano ancora 3.061 in diciotto tendopoli. L’impegno  è quello di smantellare questi ripari di emergenza prima dell’inverno, ma per alcuni non sarà così. Gli alloggi alternativi non sono ancora pronti. C’è  chi ha trovato ospitalità da parenti e amici; e chi, almeno fino a ottobre, viveva ancora in residence (98) e in alberghi (1.467). Sul sito della Regione Emilia Romagna una finestra dedicata al terremoto aggiorna costantemente i dati. Sempre la Regione ha attivato da ottobre il numero verde 800407407, rivolto a cittadini e imprese, per rispondere a dubbi e necessità legate alla ricostruzione. Gli enti locali sono in prima linea nel garantire i servizi, a co- minciare da quelli scolastici e sanitari. A Reggiolo (RE) il sindaco Barbara Bernardelli riceve i suoi cittadini dentro a un container. Il municipio è inagibile. Maggioranza e opposizione, con votazione unanime,  hanno  dato priorità alla messa in sicurezza di scuola materna e asilo nido che hanno così potuto riaprire i battenti. Realizzata in tempi record anche la scuola media, inaugurata a ottobre. In quaranta giorni verrà completata quella di Cavezzo, prefabbricata e antisismica: sarà pronta per metà novembre. Intanto i ragazzi fanno lezione in teatri tenda e campi sportivi coperti.

«Io non mi muovo da qui». Strada Statale 12 «per la Mirandola»,   come  dicono  da queste parti. Fuori dal fine- strino  dell’auto, capannoni,  vigneti,  centri  commerciali, frutteti. Fino a che non si schiude la pianura. Distese  di  campagna  tirate  qua- si col fil di piombo. Sconfi- nate, piatte, rassicuranti, almeno all’apparenza. È la Bassa modenese, più semplicemente la Basa pronunciata con la «s» sorda. Lungo la strada,  dopo  Mirandola se si arriva dal Po, deviazione per Medolla, altro  centro  squassato dal sisma. Qui vive Lorella Ansaloni, tre figli, di 26, 22 e 13 anni, titolare, con il marito Claudio Morselli, di  un’azienda agricola con 15 ettari  di  frutteto,  2 di vigneto, 2 di vivaio a pieno campo  e  un  garden da 10 mila metri quadrati di superficie e 3.500 di serre. Lorella rappresen ta le 1.500 imprenditrici che fanno capo a «Donne Impresa» di Coldiretti Emilia Romagna. «Ci siamo messi al lavoro senza aspettare. Da queste parti nessuna azienda agricola si è salvata – racconta –. Non c’è stata una cascina che non abbia subito crolli, lesioni o crepe. Il sisma ha danneggiato il 100 per cento delle attività. Un passo decisivo è stato quello di censire i danni. Durante i sopralluoghi è stato trovato più di qualche contadino, spesso anziano, che non si era mai mosso dalla sua azienda. Continuava a ripetere: “Io non mi muovo da qui”, per paura di essere costretto a lasciare la terra che era stata dei suoi padri e dei suoi nonni. E magari aveva già provveduto a riparare il danno da solo, senza chiedere aiuto a nessuno. Oggi il problema maggiore è un  altro: a differenza di artigianato e industria, l’agricoltura non può delocalizzare, un vigneto non può essere trapiantato da un’altra parte, un allevamento non può essere traslocato di punto in bianco. Un contadino non abbandona mai la sua terra. L’allevatore non lascia mai la sua stalla. È la natura, non l’uomo, che regola le stagioni, il tempo della semina e della raccolta, i cicli della vita. Il contadino ha il solo compito di custodirla, di vegliarla e continuare a proteggerla qualsiasi tempo ci sia fuori, qualsiasi avversità la sconquassi anche nelle viscere».

La carica delle cento. Imprenditrici, negozianti, mogli e mamme. Cento donne unite per continuare a sperare, a lavorare, per promuovere le loro attività e i loro prodotti, per non fermarsi, ma anche per evitare speculazioni e dequalificazioni. Sono le donne che, dalla Bassa Modenese all’Alto Ferrarese, hanno dato vita al marchio «EmiliAmo». L’idea ha la testa e la passione di Claudia Miglia, consulenten aziendale, modenese. Non sta mai ferma, le ci vorrebbe una giornata di 48 ore per riuscire a far tutto, continua a ripete re. «Il dopo terremoto ha messo a terra tante delle imprese che seguivo per professione – spiega Claudia –. Non potevo stare a guardare: Modena è la mia città, questi sono i luoghi dove vivo, queste le persone che incontro tutti i giorni. Conosco bene i sacrifici, la dedizione, il sudore che mettono nel loro lavoro. “EmiliAmo” riassume questa sorta di credo: dal nome Emilia e dal verbo amare. Abbiamo voluto creare un marchio per garantire una sorta di certificazione di qualità. Le ragioni sono due: riuscire a vendere i prodotti degli esercizi commerciali oggi chiusi per il terremoto e far pressione sulla politica nazionale e locale per- ché la ricostruzione avvenga con il recupero dei centri storici, cuore economico e civile delle nostre comunità». A dirla davvero tutta è un simbolo: un cuore con un tor- tellino al centro, segno della tradizione, della tipicità, del lavoro ben fatto e della festa, dello stare insieme, come aggiunge Claudia. Con il marchio «EmiliAmo» vengono proposti sul mercato i prodotti di aziende che avrebbero difficoltà a reperire canali di vendita: vestiti, scarpe, profumi, borse, generi agroalimentari. «Un marchio definito consente di evitare eventuali speculazioni dall’esterno, i prezzi saranno giusti, nessuno  potrà  venire  qui  a imporre quotazioni ridicole. Un altro obiettivo è trovare dei luoghi, piccoli centri commerciali e capannoni,  dove riorganizzare la merce e tornare a incontrare la clientela ».  Alcune negozianti della rete «EmiliAmo» hanno trovato «casa» nei grandi spazi de «Il Borgo» a Mirandola.  Altre saranno presenti, dal 6 al 9 dicembre, a Modena per la fiera delle idee regalo «Curiosa ». «Le nostre forze stanno convergendo, inoltre, su “5.9” (dal grado Richter più alto raggiunto dal sisma), – prosegue Claudia – il grande centro commerciale che sta per nascere a Cavezzo. Un cuore nuovo che torna a pulsare, questa volta  non dentro a capannoni, bensì all’interno di container riciclati. Sarà il quarto al mondo». Da metà ottobre è divenuto  operativo anche il portale www.emiliamo.it.

I ragazzi di Sant’Anna. Mattina di fine ottobre. Sono  da poco passate le 7. Una donna aspetta, fuori dal cancello. L’uscio si apre. Escono degli uomini. Prima che salgano sul furgoncino che li porterà  sui luoghi del sisma, lei li saluta uno a uno: Mohamed, Nabil, Antonio, Evans, Pellegrino, Ivan, Titel, Sanaa e Repetta. Un couscous di etnie, lingue, religioni e culture messe insieme grazie a questa donna. Il cancello è quello della casa circondariale «Sant’Anna» di Modena. Loro sono i detenuti che hanno aderito al progetto voluto dal ministro della Giustizia Paola Severino e attuato grazie a Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, Tribunale di Sorveglianza, Regione Emilia-Romagna, amministrazioni comunali delle città sedi di carceri, associazioni di base. Tra quelli che rispondono ai requisiti previsti dall’ordinamento, sono una quarantina quanti hanno dato la loro disponibilità. Si tratta di «lavoro esterno» – questa la formula tecnica corretta – assicurato, non retribuito. Hanno iniziato tre mesi fa, a rotazione. Andranno avanti almeno fino a dicembre, ma la speranza è di proseguire anche nel 2013. Il merito è, prima di tutto, dei tanti volontari. Tra loro Paola Cigarini del gruppo «Carcere Città», la donna che li aspetta tutte le mattine per un salu- to. È stata lei, insieme con gli altri volontari, a darsi da fare per stringere un patto non facile col territorio. Ha cercato i «datori di lavoro», Comuni, istituzioni e associazioni, e li ha convinti che valeva la pena tentare. «L’accoglienza è stata buona e i timori sono caduti in fretta – spiega Paola –. Tre detenuti hanno lavorato, sino a fine ottobre, al magaz zino comunale di San Felice sul Panaro dove si concentrano le merci da smistare. Altri quattro sono al magazzino comunale di Mirandola. Ogni giorno, insieme ai tecnici comunali, sono al lavoro per rimuovere transenne, spostare cartelli e quanto la situazione richiede. Mangiano alla mensa comunale insieme al resto del personale. A Novi di Modena, l’esperienza di due detenuti è terminata a fine settembre. A uno, in particolare, è piaciuta molto: inserire i dati delle case distrutte, misurare, quantificare i danni, riportare numeri su numeri gli è risultato facile visto che, prima di finire in carcere, era geometra. Ha lavorato in una scuola d’infanzia,  con cavetti volanti, scrivanie addossate le une alle altre, fianco a fianco con gli impiegati del servizio sociale, i tecnici, il sindaco. Fuori dalla porta, i cit- tadini che chiedono, aspettano, sperano. Un altro ha lavorato al canile di Mirandola. Due detenute sono ancora in forza, come cuoche, al centro provinciale della Protezione civile a Modena». Anche questo è uno dei volti di una terra che non si ferma. Grazie alle istituzioni, ai volontari e ai cittadini che garantiscono il trasporto. E, prima ancora, grazie a persone come Paola, convinte che ripartire sia un’occasione per provare a chiudere le crepe. Tutte le crepe.

Capannoni, si riparte. Anche in fabbrica e nei laboratori artigianali, anima for- te di questo territorio, niente è più come prima. Una realtà tra tante: San Felice sul Panaro, Meta srl, azienda produttrice di macchine utensili. Il capannone crollato è ancora lì, da quel 29 maggio. Sotto alle macerie sono morti in tre: due operai e un ingegnere che stava effettuando i controlli sulla staticità. Ferito pure il titolare, Paolo Preti, artigiano, conosciutissimo in paese, sposato, cinque figli, due dei quali lavorano con lui. «Sarà impossibile ricostruire quei mille metri quadrati di capannone, la metà dell’intero stabilimento – afferma Preti con la voce rotta dall’emozione –. Ho cercato di ripartire subito, di continuare a dare lavoro ai miei operai. Ne avevo tren- tacinque, oggi sono venticinque. Qualcuno non ha retto allo stress psicologico. Mi hanno detto: “Paolo, non è per te. Qui mi trovavo bene, ma non ce la faccio più. Non dormo da mesi. Ho bisogno di cambiare”». Per continuare a garantire il prodotto, l’azienda ha spostato parte della produzione e dei macchinari in uno stabilimento in affitto, a 20 chilometri di distanza. «L’intero capannone dovrà essere demolito e rifatto. Il mio sogno è di riportare tutto qui».

Un «Borgo»per rinascere. È la prima opera post sisma, ossia la prima in muratura inaugurata nell’area dell’epi- centro del terremoto.  Siamo a Mirandola, via Gramsci, ex cantina sociale. Tanti piccoli edifici in pietra richiamano, anche nella tipologia architettonica, il centro storico. Pri- ma del terremoto solo erba alta e il cartello «Vendesi». Po- che ore dopo la scossa del 29 maggio, Antonella Ferraresi, di professione camiciaia, con negozio nel cuore di Miran- dola, zona ancora oggi accessibile solo ai Vigili del fuoco, non ci pensa due volte. Lavora giorno e notte per convincere gli altri commercianti a non rimanere fermi, a riprendere l’attività, ma da un’altra parte. «Avevo molte commesse. L’80 per cento dei miei clienti vie ne da fuori Mirandola. Faccio camicie da uomo su misura, in un laboratorio annesso alla bottega – spiega Antonella –. Ho pensato subito all’ex cantina. Il lavoro è ripartito. I miei clienti hanno saputo aspettar ci. Gli stessi istituti di credito ci stanno dando una mano». «Il Borgo», così è stato chiamato, si riempie di gente soprattutto nel week end. E così i commercianti – abbigliamento, panetteria, oreficeria, ottica, pelletteria, profumeria, illuminazione – hanno formato un  Comitato e designato un presidente «senza portafoglio», Antonio Alfredo Ibelli, orafo. «Il legame con i luoghi è fondamentale – sottolinea Ibelli –. Abbiamo cercato di “ricostruire” il centro storico con i suoi negozi, ma anche con la vita, le relazioni, il calore che sempre si vivono nel cuore di un paese. Il centro di Mirandola è, e sarà sempre, dove noi vorremo che sia». Per due settimane ha girato in bicicletta senza meta. Non solo non aveva più la sua vecchia bottega, che prima di lui era stata di suo padre, ubicata all’ombra del duomo di Mirandola, ma nemmeno la casa. In un attimo si è trovato senza niente. Senza i suoi fiori, una passione che coltiva, è proprio il caso di dirlo, sin da quando era piccolo. «Avevo 5 anni quando andavo a sbirciare il lavoro di papà – racconta Franco Morselli, di professione fioraio insieme con il fratello Antenore –. Per giorni, dopo il sisma, non sapevo cosa fare. Ho sperimentato la vicinanza dei clienti e dei fornitori e, parlando con mio fratello, ci siamo persuasi a ricominciare. La cosa peggiore è stata rimanere fermo, senza le mie piante, per la prima volta dopo cinquantadue anni. Non posso andare in un container: fiori e piante hanno bisogno di spazi e di luce». Franco non si è arreso. Nel suo negozio, in queste settimane, ci sono i muratori.  «Voglio riaprire, là dove ho imparato ad am re le piante. Non so quando sarà, ma nulla al mondo mi farà rinunciare».  Uno sforzo che vede in prima linea le associazioni di categoria. Confesercenti è stata capofila nel monitorare la situazione delle  imprese  del  commercio, dei servizi e della ristorazione nell’area nord della provincia. Su un totale di 1.714 imprese, 940 (54 per cento) risultano in attività nella sede abituale; 612 hanno delocalizzato o sono in procinto di farlo in strutture alternative: in particolare 464 (27 per cento) in container e 148 (9 per cento) in negozi sfitti. Le restanti sono tuttora ferme. A Mirandola e dintorni Mauro Bega, il vulcanico direttore della Confesercenti, è volto noto. Vive e lavora in questa zona. In meno di due mesi, all’indomani del terremoto, in sella al suo scooter ha percorso quasi 10 mila chilometri, ha convoca-to riunioni all’aperto, nei giardini pubblici, sotto le tensostrutture. Non si è fermato un attimo. «Il terremoto cambia tutto, anche a livello interiore – racconta –. Si prova paura, impossibile negarlo. Ma dopo pochi secondi ti rendi conto che l’unica via d’uscita è agire, non lasciarsi sopraffare, rimboccarsi le maniche. Questa gente si è messa in gioco, con- scia dei rischi, con coraggio. Noi continueremo a sostener- li, perché i miracoli accadono solo se ci si crede». Ha fatto in tempo Roberto Roversi, poeta e scrittore bolognese, morto due mesi fa, a vivere il terremoto.  Alla sua terra e alla sua gente ha affidato parole che rappresentano   una  sorta di testamento: «Quello che serve è una visione, larga, del  futuro.  Che riconosca il passato e quel che è successo. Che ce lo faccia leggere, finalmente,  e che lo   voglia  cambiare”.

(Nicoletta Masetto)

Articolo partecipante al premio giornalistico La Voce della Bellezza e pubblicato su il Messaggero di Sant’Antonio

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