Thursday, Oct. 29, 2020

“A farewell to arms”, un parto a teatro

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Dicembre 8, 2014

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“A farewell to arms”, un parto a teatro

Gianmaria De Luca©Martedì 2 e mercoledì 3 dicembre, al teatro Vascello di Roma, ha consumato la sua prima comparizione sulle scene italiane lo spettacolo “A Farewell to Arms”, riduzione teatrale della compagnia “Imitating the dog” per la produzione di “The Dukes Lancaster”.

L’idea alla base dello spettacolo è interessante: la spersonalizzazione dell’individuo di fronte agli orrori della guerra attraverso l’uso, in scena, di due telecamere che proiettano costantemente sulla scenografia immagini della recita, con particolare attenzione ai primi piani dei protagonisti. L’intreccio si regge sulla scelta di reinterpretare le parole di Hemingway con diversi attori che stravolgono “l’io” narrante del romanzo trasformandolo in terza persona o, in alcune scene particolarmente patetiche, in un “tu” che si riserva soltanto alla reazione tra Frederic e Catherine. Non ci sono cambi di scena, tutto accade sotto le luci della ribalta e l’allestimento scenografico invade il palco eliminando il sipario e, idealmente, rendendo lo spettatore testimone assoluto nell’intento di appiattire le differenze spaziali e, quindi, di creare empatia con la tragedia umana in atto.

A voler essere post-moderni a tutti i costi si potrebbe azzardare che il leggero ritardo con il quale le immagini si rappresentano sulle pareti rispetto al reale svolgersi della trama potrebbe essere una scelta stilistica: trasferire la “differita” con il quale viviamo la tragedia con il tempo che è passato da quegli avvenimenti, rendendo a loro volta fabula e intreccio un ricordo nell’immediato. Tuttavia, seppur qualche inquadratura sia molto ben riuscita, e l’intento pittorico è ben rappresentato nelle pose plastiche della protagonista che alla maniera della “Ragazza con l’orecchino di perla” o di una “Madonna con bambino” contempla e si confonde nel suo stesso sguardo, la rappresentazione nel complesso risulta macchinosa, se non addirittura esagerata.

Il primo atto lascia gli spettatori incerti, qualcuno abbandona la sala, forse più per conservatorismo che per reale disaccordo estetico, e, siccome il ricordo della narrazione di Hemingway è vivido nella mente di chi osserva, la recitazione del protagonista risulta di maniera, incentrata su un’analisi del carattere di Frederic Henry che non sembra tener conto del contesto storico e biografico dell’autore. Il burbero caparbiamente sicuro di sé ma capace di un romanticismo adolescenziale, non si inoltra nell’ipotesi che la prima menzogna, “ti amo”, sia il reale input della storia. Voler palesare un carattere è una cosa, tentare di risalire alle ragioni intime che spingono un personaggio letterario ai suoi comportamenti è un’altra. Come non ricordare “la menzogna” che ha catapultato una generazione al fronte, la spinta alla vita che si è rivelata latrice di morte insensata, il circo dell’Europa dei trattati che macellava la sua prima gioventù novecentesca? Allo stesso modo, quel “ti amo” è una rinuncia: si chiude ogni passaggio alla verità per lasciare che l’immaginazione prenda il suo posto; la fuga è nella pazzia apparente di un’infermiera che mette alla prova il suo soldatino di bell’aspetto e ne rimane catturata. La voglia di dimenticare, il rifiuto della lettura come rinuncia intellettuale, la paura del mondo circostante e la spinta disperata alla vita; tutti questi aspetti passano in secondo piano, o al più in parallelo, in questa rappresentazione che non si appassiona ma chiede allo spettatore tutta la sua emotività.

Il culmine si ha nella lunga scena conclusiva nella quale l’infermiera straziata dalle doglie si lamenta e si dimena rendendo quel parto una reale necessità anche per il pubblico che inizia a soffrire alla vista di tanto distacco. Alla fine, quando si riaccendono le luci, sollevati da un’esperienza non proprio catartica, tutti si avviano all’uscita incerti per tema di indelicatezza a ricordare che esperimenti di questo tipo sottolineano ancora una volta che nel buio del teatro, nella barriera del sipario e nell’altezza del palcoscenico non basta leggere “Paolo e Francesca” per essere romantici ma serve lo studio, l’impegno e la sofferenza di chi sceglie di rinunciare per un poco a sé e di offrirsi (corpo e “anima”) a una storia che non può appartenergli se non nell’agire della sua voce.

 Sabato Angieri

(foto di Gianmaria De Luca)

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