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Minority report: “se sopravvivo farò il giornalista”

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ottobre 15, 2012

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Minority report: “se sopravvivo farò il giornalista”

Il nostro amico Francesco Curridori, giornalista che lavora a Pubblico,ci ha mandato questo articolo pubblicato il 1 ottobre scorso.  Pubblico è il nuovo quotidiano diretto da Luca Telese, in edicola dal 18 settembre 2012.

Riportiamo l’articolo come Francesco ce lo ha mandato, comprensivo dell’ introduzione che spiega come è nato questo Minority Report all’interno della redazione. Sul sito di Pubblico ci sono anche i commenti che l’articolo ha suscitato.

…..aLa nostra redazione è fatta così, piena di diversità che si confrontano senza cancellarsi. Ieri in riunione abbiamo discusso in maniera “furibonda” dopo l’inchiesta di Mariagrazia Gerina sulla diagnosi preimpianto.

Francesco Curridori ha scritto un bellissimo articolo, ponendoci questa provocazione: «Se mia madre avesse potuto scegliere io forse non sarei mai nato».  Sul giornale di oggi gli hanno risposto due nostri colleghi che hanno declinato bene le ragioni dell’illuminismo e le preoccupazione per i diritti violati delle donne. Ma oltre ai pareri di Stefania Podda e di Roberto Brunelli noi ora vorremmo anche i vostri. Ecco l’articolo di Francesco: voi che ne pensate?

Caro Luca,
invoco il diritto di opinione, che in questo giornale chiamiamo “minority report”. Ti scrivo cosa ho pensato della nostra copertina di ieri. Ho apprezzato lo spirito laico che la anima, ma mi sono anche preoccupato. Devi sapere che quando mi devo raccontare dico di me: «Sono nato all’incontrario».

Da bambini è difficile spiegare cos’è «la trasposizione dei grossi vasi cardiaci». È più semplice dire: «Sono nato col cuore alla rovescia» piuttosto che «affetto da cardiopatia congenita complessa», ovvero con l’arteria polmonare e l’aorta invertite e un grosso difetto interventricolare.

Nel 1983 avevo un anno: mi hanno operato a cuore aperto al Gaslini di Genova, e avevo alle spalle già tre cateterismi cardiaci. Dopo questi interventi i miei genitori pensavano che i miei guai fossero terminati. Magari. Come se non bastasse, a tre anni sono stato colpito da un ictus che mi ha procurato un’emiparesi destra e raffiche di crisi epilettiche. L’ictus è stato causato da un’endocardite batterica che ha aggredito prima il cuore e poi il cervello.

Ero un piccolo fagottino, e già ero in guerra. Ho passato cinque mesi in ospedale: prendevo 36 pastiglie al giorno. A cinque anni compleanno in corsia e intervento di bendaggio dell’arteria polmonare. Per questo, in tutta la mia carriera scolastica ero sempre “il più grande”. Ho dovuto iniziare le elementari a sette anni: l’asilo non l’ho quasi mai visto così come ho visto pochissimo il mio paese d’origine, Villacidro (in Sardegna).

Nella mia infanzia infatti conoscevo meglio i meandri del Gaslini che all’epoca era l’ospedale dei bambini affetti da malattie come la mia (e tuttora è un’eccellenza della sanità italiana). Altri avevano gli zii, io sono uno dei tanti figli acquisiti del dottor Alberto Bertolini (un santo laico). Per farla breve: nella mia vita ho subìto più di venti interventi. L’ultima operazione a Genova, a 16 anni. Il mio cuore era diventato bradicardico e mi serviva un pacemaker, per regolare i battiti.

Una notte si è spostato nel mio corpo. Grande paura, ma non si è spento. Ma un anno dopo, dopo l’ennesimo cateterismo, i medici di Genova dicono a me e a mia madre Paola che mi ha seguito in questo calvario: «Per lui non possiamo fare più nulla: non siamo un centro trapianti».

Nell’anno del Giubileo, il 25 maggio, data in cui festeggio il mio “cuoriversario”, al Bambin Gesù di Roma mi mettono un cuore nuovo. E trovo un nuovo padre in camice bianco: Francesco Parisi. In quelle corsie, dove tu portavi tuo figlio Enrico ci siamo conosciuti e ti ho detto, ridendo: «Se sopravvivo farò il giornalista». Il cuore era nuovo per me, ma il suo donatore aveva 29 anni.

In questi miei primi 17 anni, ho sempre studiato, nonostante le innumerevoli assenze. Nel 2002 ho preso la maturità classica, fregandomene di chi sorrideva dicendo: «Poverino…». E mi sono fermato. Un anno per rifiatare dopo venti viaggi Villacidro- Cagliari-Roma (e ritorno) solo per i continui ricoveri.

C’è un momento in cui potresti piangerti addosso: non l’ho fatto. Nel 2003 arrivo a Roma per realizzare un sogno: diventare giornalista. Mi iscrivo alla Lumsa, trovo amici carissimi. Nulla mi ha fermato, né il rigetto cronico né l’influenza A, né la frattura scomposta del femore destro, alla gamba paralizzata, dopo una caduta.

E veniamo alla diagnosi pre-impianto. Mi sono sempre chiesto: come sarebbe stata la mia vita se mia madre avesse fatto l’amniocentesi o la diagnosi, o un qualsiasi altro esame clinico che avrebbe potuto far luce sulla mia situazione di salute? Cosa avrebbe deciso, lei? Sarei nato oppure no?

E se fossi nato in buona salute sarebbe stato come se non fossi mai nato. Perché sarebbe nato un altro, magari un ragazzo atletico e forte che avrebbe fatto un percorso di vita opposto al mio, non avrebbe conosciuto tutti quei medici, quelle mamme e quei bambini che fanno di me quel che sono ora. Parlo di bimbi che ogni giorno vivono in condizioni di sofferenza e che con i loro pianti e i loro sorrisi hanno dato un senso alla mia vita, a quella dei loro genitori.

Se fossi nato sano probabilmente non mi sarei immaginato giornalista. Un Francesco Curridori sarebbe nato, certo: ma non sarei io. Sarebbe un altro che non si avvicinerebbe per nulla a me. Per sua fortuna o sua sfortuna. Ma, certo, non per fortuna mia.

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