Saturday, Apr. 21, 2018

Chiesa di Cellara, un caso che fa riflettere

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ottobre 19, 2014

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Chiesa di Cellara, un caso che fa riflettere

Cellara - il paeseLa bella e antica Chiesa di Cellara, “casale” di Cosenza ai tempi delle incursioni saracene,  è diventato un caso che fa discutere. La città dei Bruzi si difese creando “casali” in giro sulle alte valli del Crati e  suoi affluenti. Ma ora, a quanto pare deve difendersi dalla burocrazia della Sovrintendenze.

Nel 2002 il Ministero per i Beni e le Attività Culturali , su mio interessamento, provvide a stanziare la ragguardevole somma di 309 mila euro (circa 600 milioni di lire), meglio precisandone la ripartizione per il triennio 2003 – 2005.

Ma disattesi i tempi indicati, su cui è impossibile tacere, per anni la chiesa restò chiusa a causa delle lungaggini burocratiche che accompagnano gli interventi nei luoghi di culto e dal momento che anomalie e resistenze si profilavano dai locali organi deputati alla gestione del finanziamento pervenuto dallo Stato, niente affatto riguardosi dell’attesa del popolo cellarese che alla pubblica e ormai complessa vicenda era direttamente interessato. Fatto grave ancora l’ostentato disinteresse dei parroci che si sono succeduti, a partire dal 2002, cui incombeva l’obbligo di presiedere ai lavori giacchè legali rappresentanti della  parrocchia e quindi diretti responsabili sia di fronte all’autorità ecclesiastica, sia di fronte all’autorità civile.Cellara - Chiesa_Santi_Apostoli_Pietro_e_Paolo

Che l’ammesso finanziamento fosse solo l’inizio di un travagliato percorso lo si era intuito subito. Ma ritardi e inadempienze non sembrano restare inosservati: oltre ai vari interventi a voce e sui giornali, con delibera del 25 settembre 2007 il Comune di Cellara deplorava con vigore “l’immobilismo in cui versano i lavori di ristrutturazione riguardanti la Chiesa di San Pietro Apostolo che ne impedisce di fatto il suo utilizzo da parte della Comunità, particolarmente legata ad essa per motivi religiosi ma anche culturali ed affettivi”.

Sollecitava poi, nell’interesse collettivo, la soprintendenza incaricata del restauro a fornire ai sensi della legge 241/90 informazioni sufficienti sullo stato dei lavori non ultimati entro il 2006 e relativo progetto, e giudicava “inaccettabile” il fatto che l’interpellata curia vescovile non si fosse impegnata nel prendere qualche decisione al riguardo, dopo averlo promesso. In sostanza, non risulta che dei restauri “urgenti” si parli molto, neppure in sede di “Commissione diocesana per l’arte sacra  e i beni culturali” designata a interloquire con le amministrazioni locali (regioni,province,comuni) al fine di meglio coordinare, nei diversi ambiti, l’attività in questa materia diretta a tutelare anche le esigenze del culto.

Del resto nell’ambito di ogni parrocchia e sempre nel rispetto delle norme stabilite dalla Santa Sede e dalla CEI il compito di coordinare la cura e la valorizzazione del patrimonio  spetta al parroco che si avvale dell’aiuto del Consiglio parrocchiale per gli affari economici (talora inesistente), nonché “di volontari preparati e di persone particolarmente competenti, mantenendosi in stretta relazione con gli organismi diocesani nel rispetto delle norme canoniche e civili” (Conferenza Episcopale Italiana, I beni culturali della chiesa in Italia. Orientamenti, n. 4, Bologna,1993).

Da qui il dovere per tutti di agire  in ossequio al principio di trasparenza e sempre nel rispetto degli accordi raggiunti tra Stato e Chiesa in materia di beni religiosi, che – si legge nell’intesa del 13 settembre 1996 – sono patrimonio di tutti e, in quanto tale vanno preservati,  evitando  che  si  trasformino  in  altro,  di più moderno e snaturato, assai poco consono sia alla natura che alla struttura dei medesimi. E a seguire si dice pure che, necessariamente, dovrà individuarsi il significato  che è all’origine di un culto locale, testimoniato da ogni eretto “dedicato” altare, assicurandone, in caso di ripristino, la salvaguardia del carattere religioso e devozionale. E ciò nella sempre maggiore consapevolezza che oggetti che hanno attinenza con l’esercizio del culto e la devozione dei fedeli sono, nel contempo, delle cose d’arte spesso di grande valore.

Ma di certo il ritorno nella chiesa di san Pietro dopo i lavori di consolidamento e  restauro a spese dello Stato si rivela lieta occasione per chiamare a raccolta, per volgersi indietro, per guardare da lontano, col giusto distacco, e abbracciare l’insieme. cellara - sotto la neve

Così che il porsi nell’osservatorio del tempo ci consente di capire meglio il senso di quel cordone ombelicale che lega ognuno di noi al luogo delle origini, che ridesta le più dolci memorie, i ricordi dell’adolescenza felice e dell’infanzia spensierata. È nella raccolta chiesa natìa, colma di memorie votive,che i nostri padri antichi ponevano sugli altari intagliati nel legno l’immagine dolcissima di Gesù o della Madonna o dei Santi Patroni, capi venerati della vasta famiglia che, tutta, nelle feste, nelle gioie, nelle sventure, raccolta, invocava.

E qui sorse con finalità benefiche una Confraternita del Sacramento, attiva fino ai primi del ‘900, come ricorda ancora un pezzo di altare  della  Congrega  attigua  in onore della bellissima “Madonna della Stella”, con il figlio in braccio e nella mano una stella, chiamata in soccorso nelle calamità. Raccogliendo, nello scorrere degli anni, le suppliche di molti fedeli che ai suoi piedi restavano in sacra veglia, pregando e cantando.

Ebbene, fuor di retorica su Cellara, l’antica “gelsara” fresca di acque,   con   le    sue   case   pittoresche,  a   presepio e segnate dal tempo,  tante  cose   si  potrebbero dire, tante artistiche maestranze porre in evidenza, interessanti sempre per lo studio e la conoscenza della nostra vita passata, alla quale si riattacca il presente. Sappiamo che fu storico “casale” di Cosenza, città dei Bruzi ai tempi delle incursioni saracene e che Agata Cesario amò come cosa preziosa e descrisse con pieno sentimento in una poesia degli esordi: “Hanno il potere di commuovere le vie di questo nostro paese, dal nome antico, dove ogni pietra è storia,  e luogo di ristoro e di ricordi purissimi”. Così la garbata poetessa, docente con la passione della storia locale, che ebbe una carriera tanto breve (morì a 41 anni), quanto costellata di scritti e consensi.

Più vicina sentiamo a noi la figura dell’incomparabile parroco Teofanio Pedretti che, intorno agli anni Settanta, senza particolari sovvenzioni e assistenze, intese con impegno al grandioso rifacimento di questa nostra amata chiesa, sopravvissuta un tempo   a   terremoti   e   pestilenze:  un  lavoro  davvero  impavido, portato avanti in pochi anni dal giovane Pedretti con la spontanea e disinteressata collaborazione di tutti. In un appunto autografo segna la decisione di collocare nell’abside un altare di marmo bianco pregiato (del quale non v’è traccia) che fosse al cospetto del popolo (spectante populo) e focalizzasse l’attenzione di tutta l’assemblea sulla celebrazione della messa, secondo quanto previsto dalla riforma liturgica voluta dal Concilio Vaticano II.

Ben vivi alla mente il suo ardore per un profondo rinnovamento pastorale, la sua capacità nel promuovere e valorizzare tante e così nobili iniziative in campo religioso, come in campo sociale e culturale. Non certo casualmente, dopo la concessa agognata autorizzazione , qui venne sepolto, nel 1982, accanto all’altare  “dedicato” dal latino “dicatum”, voce ricorrente nei testi liturgici ritenuta (spesso erroneamente) secondaria, o insignificante del tutto. Sia una foto del 1906 che una scritta apposta sotto la mensa dicevano  tutto di questo storico altare, sul quale erano  nelle nicchie le statue molto antiche dell’Immacolata e di San Pietro, di  pregevole fattura,  contitolari del tempio. E poco importa che, per disposizioni date, queste care delicate immagini vengano ora tolte dal loro posto di onore per essere esiliate entro angusti spazi, accanto ad altre antiche figure di santi e sante (come san Michele, san Francesco, santa Rita) di non secondaria importanza ed ai quali il popolo tutto ricorreva devotamente.

Segno visibile di come fior di esperti abbiano agito impietosamente verso questa storica chiesa, custode gelosa di un culto congiunto trasmesso  dalla tradizione e risalente ad anni lontani, di cui serbava memoria il già menzionato altare adesso visibilmente smembrato a causa del subìto asporto delle  nicchie laterali.  Edificato, una volta, per sola devozione alla Vergine, in una delle più storiche e popolari parrocchie del territorio, intitolata originariamente all’ Immacolata  e  poi al primo degli Apostoli, san Pietro, rappresentato con le chiavi nella mano; questi erano stati tante volte portati in processione orante, nel corso di terremoti distruttori o di altre calamità che funestavano il paese, come racconta una cronaca del tempo.

E a poco vale che sui completati ingenti restauri della Parrocchiale di Cellara, durati per oltre un decennio e dei quali s’è occupata la soprintendenza di Cosenza, la quale, in base ai citati accordi, aveva il compito istituzionale di rispettare l’esistente che qui figura da sempre, si levi ora la voce  di chi, entrando nella chiesa, ne vede la spietata trasformazione. Sicuramente a nessuno dei visitatori- tra cui gli emigrati d’America-  sfuggirà lo scempio ad opera di esecutori zelanti, audaci, arrivati a modificare e quindi a svuotare di senso e di validità i “beni” ereditati nel bel tempio di san Pietro, vivo alla memoria per il suo passato. Ogni suo frammento, ogni oggetto che vi vive, ogni funzione che vi adempie, esige che si ricordi come tutto documenta il fervore di una presenza, attesta una fedeltà,  una specificità e questo è già di per sé prezioso. Ed è bello pensare che, dopo anni di abbandono e di degrado,  la sua voce risuoni ancora per le strade di Cellara, paese di appena cinquecento anime, lontano da ogni percorso turistico, che ha avuto una sua storia di religiosità; è innegabile, ci sono nomi, iscrizioni e documenti. Si indaghi  pure in proposito.

Non si riflette mai abbastanza sulla religiosità di un popolo così spesso soffocata dalla novità dei tempi in balìa di una cultura del “fare” piuttosto che del “sapere”, dove per lasciare spazio all’esuberanza creativa si preferisce non sapere. Ne segue il dovere di chiamare in pubblico servizio uomini competenti, che acquisiscano coscienza sempre più vigile e piena del loro ruolo, di come onorare esemplarmente i propri compiti. E soprattutto che abbiano realmente a cuore il patrimonio di arte e di fede legato alle memorie locali, da rispettare e preservare (anche seguendo le indicazioni fornite dal Comando dei Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale), e che non può essere amministrato senza tener conto degli aspetti giuridici e dello spirito di collaborazione tra le Istituzioni della Chiesa e dello Stato. Saranno così ancora possibili spazi sacri entro i quali l’uomo e Dio si incontrano, approdo sicuro per quanti avvertono quale leit-motiv ispiratore una più alta esigenza d’ordine religioso-culturale, in attesa di un segno o di un messaggio che li sottragga alla banalità.

A cose fatte è d’obbligo un bilancio di quel che resta all’interno della Parrocchiale di Cellara, intitolata all’Apostolo Pietro. Ognuno giudicherà col proprio metro e assecondando il proprio cuore: a chi scrive sembra che il “frugare” nella memoria non è stato sterile e che il ritrovarsi tra le mura della chiesa natìa non inutile.  Ci sono vie molteplici per andare al cuore e alla radice della fede di un popolo che vanta una storia di intensa devozione e che qui, a Cellara,  all’ombra del campanile, intorno al sagrato, attende commosso il rito in cui si aprono le porte della ritrovata chiesa,  ancora oggi evocatrice di immagini, più dolce e più eloquente tra tutti i nostri ricordi, malgrado la irreparabile spietata rovina, che rattrista e fa pensare.                   Giacomo Cesario

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(1) Reader Comment

  1. Ciro Lomonte
    febbraio 9, 2015 at 9:49 am

    Bell'articolo. Segnalo queste considerazioni generali: http://ilcovile.it/scritti/COVILE_835_Lomonte_Nuove_Chiese.pdf

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