Tuesday, Nov. 20, 2018

Una boutique di lusso al posto del Teatro Eliseo?

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luglio 4, 2014

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Una boutique di lusso al posto del Teatro Eliseo?

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Da ieri mattina, quando il Corriere della Sera ne ha dato notizia, tutti ne hanno parlato o scritto, soprattutto a Roma: il teatro Eliseo rischia di chiudere per sempre il sipario a causa di uno sfratto per morosità. “Causa crisi” ha scritto il “Corriere”, la società che gestisce l’Eliseo e il “Piccolo Eliseo” sarebbe indietro con i pagamenti di circa mezzo milione di euro. E, come al solito, i pescecani si avvicinano. Nuotando nella palude dell’indifferenza generale, imprenditori e affaristi della Capitale non vogliono farsi scappare questa possibilità alimentando le voci sulle cordate interessate all’affare, sulle riconversioni in esercizi commerciali o sul destino dei lavoratori interessati. Favoriti dal silenzio delle istituzioni e dal disinteresse generale delle amministrazioni comunali, eventi come questi sembrano sempre più frequenti nel nostro Paese e, chissà perché, in misura maggiore a Roma. Per ora, almeno stando alle prime indiscrezioni, le possibilità concrete sarebbero due: da una parte si trova l’offerta di Francesco Bellomo che affitterebbe lo stabile ed entrerebbe nella società di gestione assicurando la continuità progettuale e la destinazione d’uso dello stabile. Tutto sommato, una buona notizia. La cattiva, invece, è che l’imprenditore Cavicchi avrebbe formalizzato una proposta soltanto per l’affitto della struttura delineando, come scrivono i lavoratori interessati attraverso un comunicato sindacale “uno scenario incomprensibile sul futuro dei lavoratori e del teatro”.

Certo, non è il primo caso: a Roma sono ben note le vicende del Teatro Valle che ha raggiunto gli onori della cronaca per l’opera degli occupanti che tentano di vincolare il Comune al mantenimento dell’attuale destinazione d’uso e nel resto d’Italia si sono moltiplicate le sale “occupate” o interessate da vertenze sindacali. Sarebbe scontato a questo punto parlare di importanza della cultura, di investimenti sociali e di decadenza dell’arte in generale. Tuttavia un dato non è banale, i luoghi dell’arte in Italia, in questo caso i teatri storici ma si potrebbero citare decine di esempi, sono giudicati un affare dai privati. Non si spiegherebbe altrimenti il grande interesse che dimostrano cordate di investitori e imprenditori per questi stabili di grande interesse architettonico oltre che artistico e culturale. Spesso sono situati nei quartieri centrali più belli delle grandi città dove la grande distribuzione è alla costante ricerca di vetrine per impiantare nuovi punti vendita o, se vogliamo, negozi-museo. L’unico che si disinteressa a questi luoghi è lo Stato (inteso come “governo”, dai Municipi alla Camera passando per le Regioni), risvegliato a volte, e fortunatamente, dai cittadini più attivi o dai lavoratori. Che ancora oggi si chiedono: com’é possibile che ai governanti italiani non importi della cultura?

 

Sabato Angieri

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