Wednesday, Oct. 17, 2018

Luciano Canova – Una gabbia andò a cercare l’uccello

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marzo 2, 2012

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Luciano Canova – Una gabbia andò a cercare l’uccello

“Luciano Canova”

“Una gabbia andò a cercare l’uccello”
(Libri Scheiwiller, Gruppo Sole 24ore, 2011, euro 15).

La tesi forte del lavoro di Canova è che la felicità si realizza in un contesto di relazione in cui l’uomo interagisce con l’altro e con l’ambiente, ed è tale complessità che la teoria economica deve
avere l’ambizione di cogliere. L’uomo che si illuda di rappresentare se stesso completamente absolutus da ogni legame – con l’ambiente, con il passato, con l’altro – è libero sì, ma soltanto di
essere solo (Leggi il resto: http://www.linkiesta.it/luciano-canova#ixzz1kk3PQMFS)

“Senza la natura l’uomo è solo, ovvero senza i frutti della terra e, per di più, senza i suoi simili. Dunque, è un infelice. Ne segue che la felicità per esistere necessita dell’etica e dell’ambiente e pertanto, parlare di felicità, significa anche parlare delle sue genitrici” si legge nella prefazione ad “Una gabbia andò a cercare un uccello – L’ambiente e il suo valore” di Luciano Canova, che è Docente di Economia ed Economia Sperimentale alla Scuola Mattei di Enicorporateuniversity, ma anche blogger per il sito www.linkiesta.it.
La questione ambientale viene inquadrata indagando “a volo d’uccello” secoli di filosofia e storia del pensiero economico. Ne scaturiscono paralleli arditi, come quello che accosta il Robert Solow dell’ortodossia neoclassica al Callimaco che racconta la fame eterna di Erisittone. Incastonato nella teoria dell’equilibrio economico generale come un’archetipica cavia da laboratorio, l’Homo Oeconomicus vive in preda a una fame perenne, consumando beni fino a divorare se stesso. Ascolta l’intervista su YouTube: www.youtube.com/watch?v=vy9Ktbh34aY

E per capire di più ecco l’intervista di Valeria Gasperi su Popolis.

Che cos’è l’ambiente nello sguardo di un economista?
È una domanda molto complessa. Diciamo che, nella visione tradizionale e più ortodossa, l’ambiente è un corollario dell’analisi, qualunque essa sia. Non a caso, viene classificato come “fallimento del mercato” o “esternalità”, concetti definiti con un certo imbarazzo dagli economisti. Non è semplice rispondere in poche righe, ma l’ambiente e la natura sono accessori agli strumenti di analisi classica, in cui tutto è sostanzialmente ricondotto agli input capitale e lavoro. La terra, che inizialmente era inserita come fattore produttivo nella teoria microeconomica di base, è stata via via inglobata nel capitale, con l’ipotesi che, per ogni ettaro in meno di terra, sia possibile introdurre una quantità di capitale tecnico (macchine, impianti, etc.)
in grado di sostituirla. In buona sostanza, le teorie della crescita e la fiducia incondizionata nella stessa sono figlie di questa idea. Ed è sotto gli occhi di tutti l’effetto…

Disastri quali l’esplosione di una piattaforma petrolifera nel Golfo del Messico nel 2010 e la tragedia di Fukushima pongono con evidenza l’urgenza di risposte convincenti all’emergenza ambientale e la necessità di strumenti di valutazione appropriati. Le sembra che si stia
lavorando, a livello globale, su questa palese urgenza?
Mi pare proprio di no. Parlo dal punto di vista di chi gli studi li fa. Già a livello di analisi, ci serviamo di strumenti non solo imperfetti, ma neppure in grado di offrire risposte valide. A proposito dell’incidente nel Golfo del Messico, mi piace sottolineare un aspetto: non so quanti di voi abbiano fatto caso prima al continuo modificarsi delle stime dei barili di petrolio finiti in
mare (la stessa BP è partita da 2000 b/g per arrivare a 56000) e, successivamente, alla perenne revisione del danno monetario causato dalla catastrofe. Periodicamente, le stime vengono riviste al rialzo, e per decine di miliardi di dollari. Ora, già questa incertezza dice una cosa importante: non abbiamo numeri certi in grado di quantificare un problema. E vengo ad un aspetto chiave del libro: ciò che è strutturalmente incerto e imprevedibile e ciò che, per definizione, ha un valore incommensurabile (la fauna ittica del Golfo del Messico, per esempio, ma anche la bellezza di un paesaggio), può essere “ingabbiato” da un’analisi costi-benefici? In certi casi, e a maggior ragione quel che dico vale per il disastro di Fukushima, di fronte all’incommensurabilità del danno, sarebbe forse più opportuno agire con l’adozione di criteri etici forti e stringenti: prudenza e precauzione su tutti. Il che significa anche ragionare su che cosa vuole dire il segno + che inculcano nelle nostre vite, ogni giorno, come un must, e riflettere invece più “umanamente”, su tutte le dimensioni che compongono una vita realizzata.

Perché un ambiente sano, o in equilibrio, è indispensabile condizione per la felicità del genere umano?
Ecco, sono appunto per una visione della felicità multidimensionale, di cui chiaramente l’ambiente è componente essenziale. La teoria economica classica, che poi guida le nostre vite, più o meno direttamente (siamo tutti molto interessati allo stipendio e, in aggregato, al PIL di un paese), tende a ridurre, per ragioni squisitamente formali assolutamente legittime in sede di analisi, la rappresentazione del benessere alle sole variabili monetarie. Ora, spingere insistentemente sulla ricchezza materiale e sul reddito, aumenta lo spazio dedicato al consumo e al mercato, a detrimento chiaramente della relazione e anche della qualità dell’ambiente in cui viviamo. Un esempio caro all’economia dei beni relazionali è quello di un piccolo paese di mare, in cui le persone hanno a disposizione spiaggia libera e vivono prevalentemente di piccole attività di pesca. Arriva una grande azienda, che produce diversi effetti: offre diversi posti di lavoro e ciò aumenta il reddito degli abitanti. Comincia a riversare in mare gli scarichi, il che ovviamente riduce la possibilità di usufruire della spiaggia (unitamente al ridotto tempo libero).
Dopo qualche mese, un imprenditore privato costruisce una piscina, introducendo un bene sostituto, in qualche modo, al “mare libero”. E in generale le persone, con più reddito, possono acquistare beni (come una macchina, per esempio), per spostarsi in luoghi vicini. Insomma, il mercato rosicchia il terreno alla relazione e all’ambiente, a svantaggio della felicità. Sia ben chiaro che non critico reddito e PIL come indicatori di benessere: sono tra i tanti scettici sulla sua completezza.

Una gabbia andò a cercare un uccello (ovvero, L’ambiente e il suo valore) è un aforisma che Franz Kafka scrisse, insieme ad altri, tra il settembre 1917 e l’aprile 1918. Può spiegare la relazione tra il titolo e il libro?
È un titolo che considero fortunato. L’anno scorso mi trovavo in Salento per fare un seminario da un amico, Michele Bee, che insegna Etica dell’Impresa a Lecce. E a casa sua, pescando tra i libri dello scaffale, trovai proprio gli Aforismi di Zürau. Aprendo la pagina, a caso, mi sono imbattuto in questa frase. L’ho trovata molto calzante per l’argomento del seminario, che era incentrato appunto sull’inutilità di alcune valutazioni economiche.

La questione è: perché tentare di dare a tutti i costi un numero (la gabbia) a qualche cosa che non è misurabile (l’uccello-ambiente?)?A quale percorso deve prepararsi il lettore? Quali “nozioni” può aspettarsi di apprendere? E attraverso quali modalità?
Spero non sia un percorso faticoso. Di certo non è tradizionale nel senso e della saggistica e della manualistica tecnica. Ho provato ad affrontare, a volo d’uccello, la filosofia, la storia del pensiero
economico, l’economia stessa. Tentando di inserire qua e là, ma cum grano salis, inserti narrativi e letterari che possano accompagnare il lettore attraverso concetti economici spesso presentati in modo freddo e troppo difficile.

Nella sua attività di ricerca, definirebbe la pubblicazione di questo libro un punto d’arrivo?
Non ho il karma dell’arrivato. E direi che ho superato anche la fase in cui interpreto ogni evento come un nuovo inizio. Sono affascinato dalle dinamiche caotiche e dall’effetto farfalla, per cui quello che mi interessa è sentirmi su un percorso. Dove, non importa. È stata persino superata la velocità della luce al Cern, quindi neppure i paradossi temporali sono più paradossi (qui, come ogni giovane che si rispetti nell’era internauta, metterei uno smile). Non ho citato a caso, nell’incipit del libro, una frase dei Peanuts: “Non ti preoccupare se il mondo dovesse finire oggi. In Australia è già domani”.

Continuerà ad occuparsi di ambiente e – se sì – sempre attraverso la scrittura?
Sono piuttosto curioso, intellettualmente parlando. Senz’altro sì, anche perché insegno in un master di Economia dell’Ambiente e dell’Energia. E sono temi, se mi consente il gioco di parole, che vanno surriscaldandosi a livello planetario, insieme al clima. La scrittura può essere una chiave di lettura interessante, utile didatticamente e per la divulgazione. Per cui, avanti così!

Proprio a proposito di scrittura e degli “sconfinamenti anche nell’ambito della letteratura” di cui siamo avvertiti in introduzione: qual è il lettore-tipo a cui lei pensa? O meglio, a chi consiglierebbe il suo libro?
Mi piacerebbe rispondere che penso a tutti, perchè ho un ego confinante con la Norvegia che mi spinge di voler regalare questo testo a chiunque. Tuttavia, mettendomi dalla parte di chi legge, senz’altro ci dev’essere un’interesse per l’economia come scienza. Vale a dire, qual è il pensiero che sta dietro alla nascita di una teoria economica? Quella consolidata è poi così in salute? Si possono rivedere alcune assunzioni? Ma alcune teorie di alcuni grandi economisti non sono incomprensibili, astruse e senza senso? Se vi siete posti o vi ponete domande simili… buona
lettura!

Il NYT ha pubblicato gli esiti di un’indagine svolta nell’utenza dei social network individuando diverse inclinazioni nella diffusissima attività del Social Sharing. Metterà il libro in rete? In veste di autore, questo le parrebbe un gesto di liberalità o un efficace incremento alla visibilità?
No, non lo metterei in rete. E per una ragione ben precisa. Questo è un libro fatto per essere letto con il suo giusto respiro: per il lettore più avanzato tecnologicamente, può leggerlo su un ebook.
Ma non credo sia scritto per essere letto in rete: ci sono capitoli che, credo, hanno un tempo e un respiro che chiede un diverso modo di leggere. Sia ben chiaro che sono a favore sia della letteratura “socially shared” sia dei nuovi modi di comunicare. Però ogni strumento ha la sua voce. E il mio libricino non ha voglia di gabbie.


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