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Dai carretti alle ceramiche: storia familiare di colori siciliani

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giugno 11, 2012

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Dai carretti alle ceramiche: storia familiare di colori siciliani

I suoi genitori fabbricavano carretti siciliani, carretti veri, da trasporto di cose e persone. Sui lati dei carretti erano dipinte con colori sgargianti le battaglie dei paladini di Francia. E lui, Nino Parrucca, ceramista, ha portato il made in Sicily nel mondo: a Mosca, Dubai, New York. Ha fatto una Croce di Sant’Andrea per Papa Giovanni Paolo II, ora esposta in Vaticano. E sarà presente alle Olimpiadi di Londra con un pezzo unico fatto per il Coni.

Il marchio Nino Parrucca nasce nel 1965 da un artigiano che ha saputo riunire tre mestieri (ceramista, fabbro e  falegname) in uno solo che confina con l’arte. Per molti prodotti Nino ha utilizzato la ceramica con abbinamento del ferro e del legno, lavorati ispirandosi a un caratteristico stile, unico al mondo. Annalisa Cangemi, di LumsaNews, lo ha intervistato, scattando anche molte foto della sua bottega e dei suoi prodotti, che spaziano ora anche nell’arredamento.

Come è nata questa azienda?

I miei genitori fabbricavano carretti siciliani, carretti veri, da trasporto di cose e persone; sui lati dei carretti erano dipinte con colori sgargianti le battaglie dei paladini di Francia. Il carretto ha un fondo giallo e le scene sono quelle tradizionali dell’opera dei pupi. Io non ho fatto altro che trasferire i colori dei carretti alle ceramiche. Poi nel tempo, pur mantenendo il tema dei paladini, ho aggiunto  decorazioni sulla natura, fondi marini, alberi, arance, e sopratutto la Sicilia, che è la mia terra. Piaccia o no comunque è la mia, non la posso cambiare! Questa policromia funziona. All’inizio non andava perché sembrava una macchia di colore troppo forte nell’arredamento domestico. Oggi un po’ di allegria non dispiace.

Cosa è cambiato nell’attività dell’artigiano da quando hanno iniziato i suoi genitori ad oggi?

Prima i miei producevano un prodotto locale. Il carretto siciliano piaceva ai siciliani. Io ho portato il made in Italy o il made in Sicily nel mondo. Ho fatto molte fiere, a Mosca, Dubai, New York. Ora non facciamo solo ceramica, ma anche prodotti d’arredamento.

Questa è una vera e propria scuola di artigiani.

Noi abbiamo tanti maestri artigiani che sono nati con noi vent’anni fa.  Questi colori forti i ceramisti normalmente non li usano, perché sono difficili da utilizzare, hanno problemi di temperatura. Per questo noi facciamo formazione. Quando dai una pennellata devi sapere dove va a finire.

I giovani si interessano?

Pochi, perché l’arte si ha dentro, non si impara. È un lavoro di pazienza e di testa. Chi lo fa lo fa con amore e passione.

Chi sono i vostri clienti?

Cominciammo col vendere solo all’estero, inizialmente negli Stati Uniti, il nostro primo mercato. Poi in Giappone e in Australia. Un po’ meno in Europa e ancora meno qui a casa nostra. Quandola stampa hainiziato ad interessarsi a noi allora siamo diventati un’azienda di riferimento anche per il pubblico italiano e siciliano. Abbiamo raggiunto dei traguardi: Giovanni Paolo II ci ha richiesto la Croce di Sant’Andrea, ora esposta nelle Sale Vaticane.  Siamo stati a Washington nel 1999, dove abbiamo vinto il Premio “Vivere insieme” realizzando il piatto del nuovo millennio, che è stato consegnato a Bill Clinton. Ora il Coni ci ha commissionato una ceramica che rappresenti i giochi,  per le prossime Olimpiadi di Londra.

L’artigianato locale ha risentito della crisi?

Anche questo settore ne ha risentito, perché il potere d’acquisto è cambiato, anche se la fascia dei nostri clienti è quella medio-alta. Il nostro articolo è pur sempre un capriccio, non un bene di prima necessità. La crisi l’abbiamo percepita non tanto per il mercato locale, ma per il mercato internazionale. Noi esportavamo il 77% della produzione e la domanda del mercato americano è calata di botto.  La nostra speranza quindi è che l’America riparta. Negli Stati Uniti la nostra attività è orientata alla vendita al dettaglio, più che all’ingrosso, e lo stesso vale per gli altri Paesi. Comunque  siamo ottimisti, paradossalmente abbiamo registrato un incremento di vendite in Italia.

La Sicilia grande terra di ceramisti. Ci sono tante realtà, come convivono tra loro?

L’artigianato che vendeva un prodotto di bassocosto ha perso una grossa fetta di mercato, a causa dei prodotti cinesi. Io ho sempre consigliato ai miei colleghi ceramisti italiani di fare un articolo di nicchia, di qualità. Non si può cercare di fare concorrenza al mercato cinese. Bisogna fare in modo che loro comprino da noi, per questo la mia prossima esposizione sarà ad Hong Kong. A Milano, durante una fiera mi sono accorto che nel padiglione cinese veniva esposta addirittura una linea che imitava il nostro marchio. Io li ho denunciati ai carabinieri. Alla fine il cliente americano ha preferito comunque il made in italy originale.

Qual è la genesi di un prodotto Nino Parrucca?

Molti prodotti nascono dalla mia mente. Ma molto viene dai clienti, dalla loro fantasia. Una cliente di Roma l’altra volta mi ha richiesto via mail un fischietto, il classico fischietto di Caltagirone che viene realizzato in terracotta. Io l’ho fatto colorato, ed è un articolo unico al mondo. Ora lo stiamo vendendo nella linea bomboniere. Preferisco creare oggetti funzionali, non semplici soprammobili. Questo è un principio vincente. Non facciamo più soltanto vasellame, ma creiamo tutto per la casa, dagli utensili da cucina alle panchine e ai tavoli da giardino. È uno degli elementi che ci distingue dagli altri. La ceramica di Caltagirone è bellissima, ma racconta la storia di Caltagirone, la tradizione. Lo stesso a Sciacca o a Santo Stefano. In questi posti le botteghe  hanno risentito di più della concorrenza. È una ceramica più popolare e a bassa costo. Un piatto che costa dieci euro è più facile che possa essere sostituito da un piatto cinese che costa tre euro. Un piatto Nino Parrucca costa 50 euro: è più costoso ma è sicuramente un oggetto di pregio.

Quali sono i passaggi essenziali per la creazione di un oggetto in ceramica?

Prima si fa l’impasto, un pezzo di argilla cruda che non si può ancora chiamare ceramica. Poi si cuoce a 1050 gradi e diventa terracotta. Quindi si immerge in un bagno di vetrificazione, dove avviene la  fusione tra terra e vetro, e viene fuori un impasto bianco, lo smalto, che è pronto per essere decorato. Si infornadi nuovo,questa volta a 910 gradi e quello è il momento magico, l’incontro tra terra e fuoco: così nasce la ceramica. Molti la chiamano maiolica, dall’espressione “maiolicare la terracotta”, che si riferisce alla fase dell’invetriatura, che conferisce alla ceramica quell’aspetto lucido.

Quali sono i tempi per la realizzazione di un prodotto?

Ci sono tempi tecnici di produzione. L’asciugatura dell’impasto d’argilla è un processo molto lungo, che ha bisogno dei suoi tempi. Non appena il pezzo è asciutto, si passa alla prima cottura. Bisogna aspettare 2 giorni prima che la temperatura salga a più di 1000 gradi e poi ci vogliono altri 2 giorni perché il forno si raffreddi, altrimenti non può essere aperto. Soltanto per il forno sono necessari in tutto 10 giorni. 

Controlla personalmente tutto il processo di produzione?

Si, perché un piccolo errore può essere fatale, e tutta la merce va perduta. Se ad esempio la cottura è superiore, anche di poco, a 910 gradi, il prodotto viene danneggiato e si brucia. Quando esce il carrello dal forno si può rischiare di buttar via tutto il lavoro fatto. E questo è un danno enorme: significa perdere tempo e soldi. Lo spessore dello smalto, una pennellata troppo piena, lo spessore della terracotta alla base, tutto è importante. Una buona ceramica viene fatta da un gruppo di lavoratori, ma ognuno deve essere preparato e specializzato nel suo campo.

Quante persone lavorano nel laboratorio?

Al momento siamo 23, prima eravamo 50, ma sono convinto che il numero dei nostri collaboratori risalirà.

(Annalisa Cangemi)

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