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70 anni fa l’avventuroso ritorno a Napoli del Tesoro di San Gennaro: un libro chiarisce il ruolo del Vaticano

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marzo 4, 2017

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70 anni fa l’avventuroso ritorno a Napoli del Tesoro di San Gennaro: un libro chiarisce il ruolo del Vaticano

TSG - COVER 1 - medio- grandeSettant’anni fa, il 5 marzo 1947, l’avventuroso ritorno a Napoli, sull’auto di un “guappo”, di tre casse con capolavori orafi tra i più preziosi al mondo. Nel ’43, durante la guerra, erano state nascoste nell’abbazia di Montecassino (prima che fosse distrutta) e poi, a Roma, nella Biblioteca Vaticana. Alcuni documenti – in un nuovo libro su quegli anni di Nando Tasciotti, ex inviato speciale del “Messaggero” – smentiscono consolidate versioni.
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Di nascosto dai tedeschi, e proprio su un loro camion, un monaco l’aveva portato a Roma, il 19 ottobre 1943 per salvarlo dalla distruzione in arrivo sull’abbazia di Montecassino, dove un principe – pochi mesi prima – lo aveva trasferito per proteggerlo dai bombardamenti su Napoli. Ma, passato il fronte e poi finita la guerra, il Tesoro di San Gennaro non era stato riportato subito a Napoli. <Nonostante le molteplici sollecitazioni, il Vaticano non sembrava intenzionato a restituirlo>: così è stato spesso scritto e ripetuto, in interviste, nel web e in autorevoli programmi culturali tv. E invece: <Caro don Steno, la contessa Statella le darà notizie circa le casse depositate prima presso di noi e poi alla Biblioteca Vaticana. Il prefetto della Biblioteca mi ha chiesto di farle sapere che possono venire a ritirarle quando si vuole, perciò se crede prenda gli accordi necessari per il trasporto. Spero che potrà venire Lei, così avrò il piacere di rivederla dopo tanto tempo e tante disgrazie>.TGS - la Mitra

Così scrisse da Roma, sin dal 17 agosto del ’44, l’archivista-bibliotecario di Montecassino, don Mauro Inguanez, al principe Stefano Colonna di Paliano, vicepresidente della Deputazione della Real Cappella del Tesoro di San Gennaro. Ma la Deputazione, opportunamente, considerò che quelle tre casse – nelle quali (immersi in segatura di sughero per proteggerli dall’umidità) erano stati nascosti stupendi calici dorati e gemmati e, soprattutto, la meravigliosa collana e la preziosissima mitra (con oltre tremila diamanti, rubini e smeraldi), cioè i principali capolavori orafi di uno dei tesori più ricchi al mondo – fossero in quel periodo più sicure in Vaticano. Per le difficoltà, i costi e i pericoli del trasporto a Napoli, stabilì quindi all’unanimità – come attesta un verbale del 7 marzo 1945 – di <soprassedere al ritiro delle casse>.
Solo dopo altri due anni, e altre sollecitazioni da Roma – visti anche i costi (trecentomila lire dell’epoca) di un convoglio blindato di polizia – si decise con grandi timori di inviare il principe a ritirarle, il 5 marzo 1947, con l’auto e la scorta addirittura di un “guappo”, Giuseppe Navarra, un personaggio border-line tra comportamenti camorristici e folkloristici: monarchico tenace (aveva sempre al collo un fazzoletto con lo stemma dei Savoia), si era già proclamato “re di Poggioreale” e, al termine di quella giornata di viaggio avventuroso, tra fiumi in piena e pericolo di briganti, divenne ancor più popolare perché non volle ricompense.

TGS - la pissideLa lettera di don Mauro Inguanez è uno dei documenti dell’archivio della Deputazione del Tesoro di San Gennaro che gettano nuova luce sulla rocambolesca vicenda, attraverso la guerra, di quelle tre piccole casse di valore inestimabile. Sono pubblicati in un nuovo libro – “San Gennaro a Montecassino – Come fu salvato il Tesoro nella Seconda guerra mondiale” (Youcanprint, 98 pagine, 10 euro) – di Nando Tasciotti, ex inviato speciale del Messaggero: smentiscono versioni inesatte (tipo, appunto, “il Vaticano non voleva restituirlo”) o romanzate (“ci vollero dodici autotreni”!) e rivelano invece vicende non meno affascinanti.

E’ un libro piccolo, ma racconta nuovi particolari di una grande storia, che ha avuto per abili protagonisti non solo il principe Stefano Colonna di Paliano e l’autoproclamatosi “re di Poggioreale”, ma anche l’abate Gregorio Diamare e il vice-archivista di Montecassino, don Tommaso Leccisotti. E si intreccia con la “battaglia di Cassino”. Fu una delle più lunghe (quasi sei mesi) della Seconda guerra mondiale ed ebbe il suo momento più noto e vistoso nel bombardamento aereo dell’abbazia benedettina di Montecassino (15 febbraio 1944): un “tragico errore” degli Alleati anglo-americani, ma con responsabilità anche dei tedeschi. Sui retroscena politici di quella distruzione Nando Tasciotti ha già pubblicato un volume “Montecassino 1944. Errori, menzogne e provocazioni” (Castelvecchi, 2014), documentando il ruolo di Hitler, Churchill, Roosevelt e Pio XII in quel discusso, storico evento.

Il nuovo libro spiega perché il 26 maggio 1943 – per sottrarli ai bombardamenti su Napoli e dopo aver scartato (perché “meno affidabili e sicure”) altre sedi in Abruzzo e Toscana – i più preziosi capolavori del Tesoro di San Gennaro furono portati dal principe Stefano Colonna di Paliano proprio in quell’ antica abbazia, fondata da San Benedetto da Norcia intorno al 529 d.C..

Pochi mesi dopo, però – su proposta di Kesselring e decisione di Hitler – il piccolo monte con in cima il monastero fu utilizzato dai tedeschi come caposaldo della Linea Gustav. Era la principale delle loro linee difensive: da Ortona (Adriatico) a Minturno (sul Tirreno) doveva sbarrare agli Alleati anglo-americani la via più agevole per la liberazione di Roma, costituita dalla valle del Liri attraversata dalla via Casilina.

A ottobre del ’43 – prima dell’arrivo del fronte nel Cassinate – quelle tre casse entrarono così nell’ ambigua operazione, effettuata dai tedeschi, di salvataggio (ma con furti) dei tesori propri dell’abbazia (a cominciare dall’Archivio e dalla Biblioteca) e di quelli di vari musei napoletani e di tutto il Sud che, pochi mesi prima, erano stati anch’essi “ricoverati” in quel monastero, nella convinzione che la sua neutralità sarebbe stata rispettata da tutti.

I monaci di Montecassino, guidati dall’abate Gregorio Diamare, riuscirono abilmente ad occultarle ai tedeschi e a farle portare a Roma – di nascosto, il 19 ottobre ’43, tra storiche pergamene (come il “Placito Cassinese” del 960 d.C, con la prima frase scritta in “volgare” italiano: “Sao ko kelle terre…”), codici miniati, sigilli d’oro e reliquie religiose – proprio su uno dei loro camion, scortate dal vice-archivista e storico don Tommaso Leccisotti. (Anche di questo si parla nell’App “Montecassino e Linea Gustav“, l’unica al mondo su questo tema).

Il libro descrive anche le perplessità iniziali del Segretario di stato, cardinale Luigi Maglione, e dello stesso Papa, Pio XII, ad accogliere e custodire anche quelle tre casse in Vaticano, dove tutti in quel periodo bussavano per proteggere i nostri beni culturali. Comunque, il 7 dicembre ’43 don Leccisotti poté portarle – con un’auto delle Figlie di San Paolo – dall’abbazia di San Paolo alla Biblioteca Apostolica Vaticana. Lì finalmente furono al sicuro.
Il 17 agosto ’44 (quindi, subito dopo la liberazione di Roma, avvenuta il 4 giugno), don Mauro Inguanez, archivista di Montecassino (arrivato nella capitale alcuni mesi prima della distruzione dell’abbazia) sollecitò la Deputazione ad andare a ritirarle. Ma a Napoli – come riporta il verbale del 7 marzo 1945 – si decise all’unanimità di <soprassedere al ritiro delle casse>, proprio per le difficoltà, i costi e i pericoli del trasporto.

A settembre del ’46 le tre casse furono riportate dalla Biblioteca Vaticana nell’abbazia di San Paolo fuori le Mura e, due mesi dopo, il principe Colonna di Paliano andò a Roma, a verificare se i sigilli fossero intatti. Fu sollecitato di nuovo a riprendersele, con urgenza: “prima della fine dell’anno”, lo pregò don Adeodato De Donà, il monaco che le aveva in custodia. Ma passarono altri mesi.

Non era infatti un’operazione facile, e il libro documenta come si arrivò alla travagliata decisione di rinunciare alla Polizia e affidare addirittura ad un “guappo”, Giuseppe Navarra, il delicatissimo incarico di andare con la sua auto a riprendere a Roma quelle tre casse, la mattina del 5 marzo 1947, accompagnando il principe Stefano Colonna di Paliano. All’autista, Navarra disse che si trattava di un “carico di fazzoletti e cravatte”.

Infine: le peripezie del viaggio di ritorno, tra fiumi in piena, pericolo di briganti e blocchi dei carabinieri; i timori con cui a Napoli, i pochissimi che sapevano dell’operazione stavano vivendo quelle ore di ritardo; la riconsegna, finalmente, a tarda sera di quello stesso giorno, nelle mani del cardinale Alessio Ascalesi; il rifiuto di una ricompensa da parte del Navarra (sul quale fu poi imperniato un film, appunto “Il re di Poggioreale”); e, alla fine, il sollievo nel constatare, all’apertura dei sigilli, che tutto era a posto e che in definitiva il <maggiore interessato>, San Gennaro, aveva <ben provveduto> a proteggere i capolavori più pregiati del suo Tesoro (costituito in tutto da ben 21 mila pezzi), ora esposti e blindati nel Museo accanto al Duomo di Napoli.

(Il libro è disponibile in: librerie, store on line – Amazon, Mondadori, Feltrinelli, ecc.- e www.youcanprint.it).

(Nelle foto – del Museo del Tesoro di San Gennaro (Napoli) – alcuni dei capolavori orafi salvati: oltre alla Collana (Michele Dato, 1679 e altri), la Mitra (Matteo Treglia,1713) e la Pisside di Ferdinando II di Borbone (Autore ignoto, 1831).

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