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Donare è un’arte da imparare (e da non mettere da parte)

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giugno 4, 2012

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Donare è un’arte da imparare (e da non mettere da parte)

Quante volte passiamo davanti a qualcuno che chiede l’elemosina e tiriamo dritto perché vinti dal dubbio sull’efficacia del nostro contributo! Che se ne farà di quei soldi? Andrà a ubriacarsi, a drogarsi? Dovrà consegnarli al kapò del racket dei barboni? Tutti interrogativi leciti e in gran parte giustificati da quel che si legge sui giornali: organizzazioni mafiose, italiane e straniere, che si arricchiscono alle spalle di poveri disgraziati che mostrano in strada amputazioni e deformazioni fisiche, che su cartelli scritti in un italiano approssimativo raccontano di guerre, di lutti, di malattie gravissime, di figlioletti che non hanno di che nutrirsi.

Sì, è vero: fare beneficenza è un’arte difficile. Ma bisogna imparare a farla bene. La difficoltà più grave è quella di sapere che fine fanno i nostri oboli. Si legge di raccolte di fondi che non arrivano alle vittime di terremoti e alluvioni, di concerti di beneficenza che beneficano soltanto gli organizzatori, i cantanti, i musicanti. E’ per questi non infondati motivi che l’Italia si colloca soltanto al 104esimo posto nel mondo per le iniziative di tipo filantropico. Secondo stime citate dal Corriere della Sera, la spesa degli italiani in progetti di beneficenza e di utilità sociale (escluse ovviamente le piccole elemosine ai clochard davanti alle chiese) ammonta a 1,8 miliardi di euro l’anno, contro i 10,6 miliardi di sterline della Gran Bretagna e i 290 miliardi di dollari degli Stati Uniti (dove dalle imposte le elargizioni benefiche si possono detrarre più generosamente che nel nostro Paese).

Eppure, in Italia “dal 1996 a oggi si è registrata una crescita di oltre il 130 per cento nelle somme che vengono devolute alle iniziative di tipo filantropico” dice Fabrizio Serra, direttore della Fondazione Paideia, che si occupa di famiglie in difficoltà e di disabilità infantile.  Come incanalare la proverbiale generosità degli italiani verso obiettivi utili e senza dispersioni interessate? Fondazioni, associazioni ed enti seri esistono e sono abbastanza conosciuti. Adesso si muovono pure le banche che forse vedono nella beneficenza l’opportunità di allargare, come dire?, il giro d’affari, la gestione di capitali. Niente di male, se poi i soldi finiscono interamente dove ce n’è bisogno. Sul modello delle banche americane, ad esempio, l’Unicredit Private Banking assicura organizzazione e economicità della gestione di fondi destinati alla beneficenza, avvalendosi della Fondazione Unicredit che da anni si occupa di iniziative filantropiche e sociali, compito questo assunto statutariamente dalle fondazioni di molte banche e casse di risparmio italiane.

Tutte queste istituzioni rispondono proprio alle domande riferite in cima a queste note: garantiscono la continuità dell’azione benefica, la stabilità dei finanziamenti, l’individuazione degli obiettivi e, soprattutto, che i fondi non si perdano durante il percorso verso chi ha bisogno.

(Arrigo d’Armiento)

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